INIZIATIVE NAZIONALI PD A MN

1 OTTOBRE 2010
A MANTOVA IL TAVOLO PROGRAMMATICO VALPADANA-PO DEL PD NAZIONALE.
La Federazione del PD di Mantova sarà la sede nazionale del “Tavolo programmatico Valpadana – Po” del Forum ambiente del Partito Democratico. È quanto è stato deciso nell’incontro tenutosi pochi giorni fa a Mantova e a cui hanno partecipato Laura Puppato, Presidente nazionale del Forum ambiente; Sergio Gentili, Coordinatore nazionale, il segretario provinciale Massimiliano Fontana, oltre ad esperti, forze sociali e amministratori tra i quali Alfredo Peri, assessore regionale e presidente dell’Aipo, Maurizio Fontanili Presidente della Provincia di Mantova, Gianluigi Boiardi, Giuseppe Gavioli e Agostino Agostinelli coordinatore nazionale del tavolo programmatico.
Nell’incontro si è sottolineata la necessità di affermare la dimensione nazionale ed europea del bacino idrografico del fiume Po. Su questa base si è deciso di predisporre un documento costruito attraverso un’ampia consultazione e partecipazione delle forze sociali ed istituzionali che da anni sono impegnate nella tutela e valorizzazione del Bacino.


“Il primario obiettivo – dice il segretario provinciale PD Massimiliano Fontana - è quello di superare la barriera culturale e istituzionale che separa le politiche delle regioni che insistono sul bacino. Per superare l’attuale frammentazione e precarizzazione è necessario istituire il Distretto idrografico, come l’Unione Europea chiede da 10 anni.



Il coordinamento del Tavolo ha stabilito, poi, un programma di lavoro per affrontare nel merito tecnico-scientifico e politico alcune questioni come il rapporto tra AIPO e Distretto, la consistenza effettiva della navigabilità in tratti del fiume, la qualità dello sviluppo (industria, agricoltura, infrastrutture, urbanistica) in relazione ai livelli d’inquinamento dell’aria e delle acque, e del consumo del suolo.


In particolare si è ribadito il giudizio di contrarietà al progetto di “bacinizzazione” avanzato dalle destre che rappresenta una logica affaristica che nulla ha a che vedere con l’esigenza di tutelare il bacino con un piano di manutenzione e di uso delle risorse idriche. Per questo il Tavolo ha deciso di sostenere e promuovere iniziative per l’attuazione del “Progetto Valle del fiume Po” promosso dalla “Consulta delle provincie del PO”, a cui il governo Berlusconi ha tolto i finanziamenti già stanziati dal centro sinistra”.


Anche sul terreno culturale si è ribadita la necessità di ripensare questo territorio e i suoi luoghi recuperando e riscoprendo quel forte immaginario simbolico che in passato il “grande fiume” ha prodotto nella cultura locale e dell’Italia.



18 MARZO 2010

A MANTOVA LA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL PARTITO DEMOCRATICO SUL PO CON IL SEGRETARIO NAZIONALE PIERLUIGI BERSANI
A Mantova, giovedì 18 marzo si è svolta al Teatro Bibiena l'iniziativa nazionale sul Po del Partito Democratico.   Alla manifestazione il segretario nazionale Pierluigi Bersani, il presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani e della Regione Piemonte Mercedes Bresso, il candidato alla presidenza della Regione Lombardia Filippo Penati e il candidato alla presidente della Regione Veneto Giuseppe Bortolussi. Ad accogliere gli esponenti nazionali e lombardi del PD saranno il segretario regionale Maurizio Martina e il segretario provinciale Massimiliano Fontana con i dirigenti provinciali, i candidati mantovani al consiglio regionale Giovanni Pavesi, Francesca Zaltieri e avv. Marco Carra, i candidati PD al consiglio comunale di Mantova con la candidata sindaco, e sindaco uscente, Fiorenza Brioni; i deputati mantovani del PD Matteo Colaninno e Marco Carra. All’evento sono invitati i dirigenti nazionali delle organizzazioni sociali ed economiche.
Alle ore 21 presso la Sala degli Stemmi di Palazzo Soardi (Mantova Via Frattini) si terrà una iniziativa politica con il nostro candidato alla Presidenza della Regione Lombardia Filippo Penati, sui temi della Regione Lombardia per Mantova. Parteciperanno esponenti del mondo socio-economico mantovano.
Infine, nel tardo pomeriggio in Piazza Concordia l’On. Matteo Colaninno e l’on. Marco Carra sul pullman di Bersani iincontreranno dei lavoratori e una rsu aziendale di Mantova.


GUARDA I FILMATI
Convegno del 18 marzo 2010 al Teatro Bibiena a Mantova sul tema "Po: il futuro del grande fiume".
Per vedere il video con l'intervento del segretario nazionale Pier Luigi Bersani CLICCA QUI.
Per vedere il video con l'intervento della Resopnsabile Nazionale Ambiente Stella Bianchi CLICCA QUI.
Per vedere il video con l'intervento di Filippo Penati CLICCA QUI.
Per vedere il video conclusivo "Un'altra idea di ambiente" dedicato al convegno CLICCA QUI.



Bersani: "Non diamo troppo tempo al tramonto, il Paese vuole cambiare" (video)

Mozione di sfiducia al governo Berlusconi.
L'intervento in aula del segretario PD Pier Luigi Bersani,
14 dicembre 2010

Signor Presidente, cari colleghi,
noi voteremo questa sfiducia con convinzione e con compattezza, secondo le motivazioni che sono state espresse qui dagli onorevoli Letta, D'Alema, Fassino, Veltroni e Bindi, e con argomenti che abbiamo avuto modo di ribadire in una grande manifestazione popolare. Ho sentito ieri l'onorevole La Loggia dire che è stata una manifestazione malriuscita. Questa è la prova che conferma che lui non c'era. La cosa ci tranquillizza e ci rasserena.
In questi momenti si dice anche che siamo davanti ad un voto incerto. A pochi minuti dal voto, esso è ancora incerto. La conta è mobile. Certe «botteghe» non chiudono mai, sono aperte H24 anche in questi minuti. Tuttavia, questa incertezza, se ci pensiamo, ha una singolare caratteristica: mentre essa per la sedicente maggioranza è motivo di agitazione e di ansia, noi dell'opposizione siamo tranquillissimi. Vede, signor Presidente del Consiglio, comunque vada, per voi sarà una sconfitta.
Signor Presidente del Consiglio, qual è il meglio che può aspettarsi da questa giornata? È vendersi per un giorno la vittoria di Pirro, un voto in più dopo averne avuti cento. Non avrà nemmeno l'allegria del naufrago che poi riprende il mare, perché il giorno dopo - ma proprio il giorno dopo! - sarebbe da capo, con la testa sott'acqua. Lei sa meglio di ogni altro che non è più in grado, voto più o voto meno, di garantire la stabilità di Governo.
Il voto che disperatamente cerca e che sta cercando anche in questi minuti non è per governare, perché non potrebbe farlo e lo sa benissimo. Lei sta inseguendo, con quel voto in più, un'instabilità pilotata da lei, che le consenta di guidare la macchina verso le elezioni, per cercare una disperata rivincita alla sua sconfitta politica!
Un bell'appuntamento elettorale: Berlusconi sì, Berlusconi no. Come negli ultimi 16 anni: una bella legge elettorale, nominiamo i deputati, con una maggioranza esigua ci prendiamo tutto, chiunque vinca e, senza alcun esito incerto di governabilità, facciamo fare un altro giro così su questa vecchia giostra al nostro Paese. È da irresponsabili !

Caro Presidente del Consiglio, l'oggetto vero di questi giorni è la sua sconfitta politica, bisogna che se ne faccia una ragione. È incredibile che in tutti i suoi discorsi, compreso quello di ieri al Senato, non vi sia un cenno, un interrogativo per chiedersi come si sia arrivati a questo punto. Come mai avevate un'autostrada davanti e adesso camminate su un filo? Cosa è successo? Converrà con me che vi sarà una ragione: solo i bambini pestano i piedi, strillano per rifiutare la realtà e dicono che è colpa della strega. Agli adulti non è consentito!
Ho sentito parlare in quest'Aula di conflitti, complotti, tradimenti e congiure. Ma di cosa stiamo parlando? Quando una nave va e se va, chi è chi si butta giù per salire su una scialuppa? È la nave che non va, sono due anni che vi diciamo che è la nave che non va!

Avete perso i contatti con la realtà! Ve l'abbiamo detto: vi è uno scarto tra parole e fatti. Avete sacrificato le esigenze del Paese a quelle della vostra propaganda, vi siete avvitati sul problema del capo, mentre il Paese si allontanava, sfiduciato e rabbioso. Questo è il punto! D'altronde, anche ieri lo abbiamo visto: Presidente Berlusconi, mai una parola! Ma vuole dire una parola, una volta, sulla realtà della vita comune? Guardi che non sono mica tutti miliardari in questo Paese.
Vuole dire una parola? Ma lei lo sa che, dal 1o gennaio 2011, per i tagli che avete fatto, in metà delle regioni italiane una corsa su un autobus costerà un euro e mezzo?
Lo sa lei ? Lo sa cosa costa, in questo momento, un litro di benzina? Lo sa come campano 600 mila cassintegrati? Lo sa cosa stanno pensando i piccoli imprenditori che saltano perché i pagamenti non girano? Ma queste cose le conosce? Non vi dico di fare dei fatti - sarebbe chiedervi troppo -, ma una parola volete dirla a questa gente? È questo che vi ha rovinanti, è questo il ribaltone! Voi vi siete ribaltati, voi !

È curioso questo dibattito. Vi è un sacco di moderati in giro e sento un sacco di urla. Io non lo so. Io non so più cosa voglia dire questa parola, francamente. Io propongo una cosa: chiamiamo «moderato» quello che riesce a tirare avanti la famiglia con mille euro al mese, tira la carretta e sta zitto, e smettiamola di chiamare moderati quelli che portano i soldi all'estero e che voi condonate e quelli che coi trattori difendono i truffatori delle quote latte! Va bene? Qui è la povera gente che è moderata in questo Paese! È la povera gente che è moderata in questo Paese, che porta pazienza oltre il segno. E quindi, vi siete ribaltati voi. Adesso il problema è che non si ribalti anche l'Italia.

Questo è quello che sta davanti alle nostre responsabilità, cari colleghi. Questo è un Governo che vuol portarci allo scontro elettorale, a far perdere un altro giro.

Il Paese ha bisogno di una governabilità vera e ha bisogno di una transizione che lo porti ad un confronto elettorale che possa guardare avanti. Di questo ha bisogno il Paese, cari colleghi. Lo dico e mi rivolgo ai colleghi della maggioranza come a quelli dell'opposizione. Questa giornata passerà, questa giornata passerà, ma noi non possiamo non vedere in questa giornata i bagliori di un tramonto che non è solo il tramonto di un Governo. Saremo di fronte a questo problema.

Qui sta passando una fase. L'idea illusoria di delegare tutto ad una persona sola, che venga da Arcore o da Canicattì, non risolve i problemi di questo Paese, che è un Paese malato nei suoi assetti democratici, che non riesce a crescere e quando riusciremo a ragionare da italiani, fuori da una fase che ci ha divisi, ci ha spaccati in due, peggio che nella guerra fredda - caro Lupi, non è noi che siamo antiberlusconiani, è il meccanismo che ha spaccato in due l'Italia come una mela! - quando usciremo da questo, da italiani, sul tavolo ci saranno le cose che diciamo noi: una riforma repubblicana e una grande alleanza per la crescita e il lavoro. E attenzione, lo dico agli incerti, ai colleghi incerti: non diamo troppo tempo a questo tramonto, non diamogli troppo tempo, può solo fare del male al Paese. Cerchiamo assieme una strada nuova, perché fuori da qui c'è un Paese che vuole cambiare, che è stanco e vuole cambiare.





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MANIFESTAZIONE NAZIONALE - ROMA -
11 DICEMBRE 2010
L’Italia e noi: un futuro da afferrare assieme

Il PD vuole una riforma repubblicana e un’alleanza per la crescita e il lavoro.
Testo del discorso del segretario nazionale del PArtito Democratico Pierluigi Bersani 
Come due anni fa al Circo Massimo oggi a San Giovanni presentiamo il volto di un grande Partito popolare. Siamo qui per dare un messaggio all’Italia. Un messaggio di fiducia e di cambiamento.

Ecco quello che pensiamo: pensiamo che l’Italia sia ben migliore di ciò che le capita ormai da troppo tempo. Pensiamo che non si possa più andare avanti così. Berlusconi deve andare a casa. Ci vuole un passo avanti in una direzione nuova. L’Italia deve cominciare a togliersi il berlusconismo dalle vene, deve scrollarsi di dosso un populismo personalistico, propagandistico e impotente.

L’Italia ha bisogno di una democrazia costituzionale rinnovata, di una democrazia solida e normale.
L’Italia ha bisogno di una democrazia costituzionale rinnovata, di una democrazia solida e normale, capace di funzionare e di dare qualche risposta ai problemi della gente, non a chiacchiere ma a fatti.

C’è una crisi seria per un tempo non breve. Ma ci sono energie buone e grandi capacitàC’è una crisi seria, che ci accompagnerà per un tempo non breve; c’è il rischio di un peggioramento delle già difficili condizioni di vita di milioni di italiani, c’è un orizzonte incerto per la nuova generazione. E ci sono tuttavia energie buone, grandi capacità, disponibilità, e ci sono ricchezze in questo nostro Paese: tutte risorse che possono essere messe in movimento Serve un grande sforzo collettivo, dove chi più ha deve dare di più.C’è da organizzare un grande sforzo collettivo, uno sforzo di cambiamento, dove chi ha di più deve dare di più. Ci vuole un cambio di passo. L’uomo solo al comando, il “ghe pensi mì” non può risolvere questo problema.
Le ricette della destra non sono adeguate.
Le ricette della destra non possono caricarsi di questo compito. Bisogna creare una nuova situazione politica. Lo sappiamo, non si può certo cambiare in un giorno, con la lunga vicenda che abbiamo alle spalle e che stiamo ancora vivendo. Non lo si fa in un giorno, non c’è l’ora X!
Non è ora X, ma passaggio cruciale.
E tuttavi siamo a pochi giorni da un passaggio cruciale in Parlamento; può affacciarsi la possibilità di sancire formalmente la crisi politica del centrodestra.
E’ ora di riconoscere che se siamo arrivati a questo punto lo si deve molto al nostro lavoro.
Sarà finalmente ora di dire che se siamo arrivati a questo, c’è molto del nostro lavoro. E’ ora che ce lo riconosciamo noi stessi, se vogliamo che altri ce lo riconoscano. Solo due anni fa la scena era questa: una vittoria del centrodestra con una maggioranza senza precedenti nella storia recente del Paese; tutti ad omaggiare i vincitori, presupponendone l’eternità. Una sorta di pensiero unico che si diffondeva. L’opposizione a rischio di diventare il ricettacolo di tutte le frustrazioni e le impotenze, messa dal berlusconismo nell’angolo più difficile di tutte le democrazie mondiali.

Dopo vittoria della destra, tutti a omaggiare i vincitori e si è diffuso pensiero unico.Noi non siamo caduti nel pensiero unico e nella frustrazione. Nonostante le difficoltà ci siamo sempre ritenuti un Partito di Governo momentaneamente all’opposizione.
Ma noi non siamo caduti nella frustrazione. Abbiamo visto per primi la crisi e il varco che si sarebbe creato tra la propaganda e la realtà.
Abbiamo visto per primi la crisi e il varco che necessariamente si sarebbe dovuto creare fra la predicazione propagandistica del Governo e la realtà della vita comune. Abbiamo battuto tutti i giorni quel chiodo. E quando la distanza fra parole e fatti è diventata più evidente, quando è diventato più chiaro che i problemi marcivano mentre la politica era costretta a girare attorno ai problemi diurni e notturni del Premier, allora si è aperta la crisi del centrodestra. Non c’entrano le ville. E’ per la perdita di presa del Governo sulla situazione reale che si è aperta questa crisi e che una parte della destra ha cominciato a pensare al dopo e a mettersi in movimento. Non abbiamo offerto l’occasione perché si ricompattassero.E noi che cosa abbiamo fatto, allora? Abbiamo messo tutti nel mucchio come ci suggeriva qualche tifoseria o qualche focoso amico? No. Abbiamo lavorato nella nostra autonomia, nella nostra distinzione, perché non andasse sprecato nessuno degli spazi critici che si aprivano verso il modello populista e berlusconiano.
La mozione di sfiducia al momento giusto, non tutti i giorni come le solite tifoserie e i soliti focosi amici ci suggerivano.
E abbiamo messo noi, al tempo giusto, la mozione di sfiducia, al tempo giusto, non tutti i giorni come le solite tifoserie e i soliti focosi amici ci suggerivano. Fatemelo dire, adesso. Ce l’abbiamo la patente per fare l’opposizione, perbacco! Non abbiamo bisogno di maestri che ci tirino la giacca tutti i giorni. Credo che lo si sia visto. Non abbiamo bisogno di maestri che ci tirino la giacca.
E adesso siamo qui, a pochi giorni da un appuntamento parlamentare importante. Una giornata incerta, sì, ma non tanto incerta da non far vedere una cosa. La crisi politica del centrodestra c’è, ed è senza rimedio, e in ogni caso martedì prossimo, comunque vadano le votazioni, questa crisi sarà certificata. O pensano di risolverla con la compravendita di qualche voto, con pratiche vergognose che fanno arrossire l’Italia davanti a tutte le democrazie del mondo!
Crisi politica del centrodestra è senza rimedio. E non si risolverà con pratiche vergognose. Pensano di cavarsela così? Facendo rifornimento con un deputato o due, dove sperano di arrivare, a Natale? Alla Befana? Per vedere se mai lasciasse nella calza qualche altro deputato? No. Non possono più andare avanti, questa è la verità e noi in ogni caso combatteremo la nostra battaglia da una posizione più avanzata.
Loro non possono più andare avanti. E noi combatteremo da una posizione più avanzata.Certamente noi lavoreremo fino all’ultimo momento perché da quella giornata venga un primo passo su una strada nuova, venga il segno che si può cominciare a voltare pagina fino all’ultimo lavoreremo come abbiamo lavorato, e bene, fin qui con i nostri Gruppi Parlamentari e non con le compravendite ma con la battaglia politica.
C’è un’intera fase della storia politica italiana da oltrepassare. Ma, care democratiche e cari democratici, noi sappiamo bene che oltre la prossima settimana c’è un cammino davanti a noi e davanti all’Italia. Non si tratta solo di cambiare un Governo. C’è una fase della storia politica italiana da oltrepassare. C’è una questione di sistema da affrontare. Ormai sedici anni fa, dopo la caduta del muro e dopo tangentopoli, Berlusconi si affacciò nel vuoto e nel discredito della politica e propose una persona e un modello. Una scorciatoia personalistica contro l’inefficienza del sistema, l’oppressione dello Stato e della burocrazia, l’impotenza e le vergogne della politica. Promise più libertà e meno tasse, propagandò un modello individualista. Si scagliò contro il Palazzo e se ne fece uno tutto suo, e con le porte piuttosto girevoli, come abbiamo visto dopo! Accumulò potere politico, economico, mediatico; utilizzò le spinte antisistema della Lega fino ad occupare l’ultimo decennio, il primo del nuovo millennio, governando sette anni degli ultimi nove, costruendo un partito personale e padronale, mettendo a comando il Parlamento con una opportuna legge elettorale e concentrando nelle sue mani un potere senza precedenti nell’intera storia repubblicana.
Dopo sedici anni e quattro governi Berlusconi, possiamo tirare qualche somma: il bilancio è un disastro. Adesso la domanda è: dopo questi sedici anni e dopo quattro Governi Berlusconi, dopo un decennio dominato da lui possiamo tirare qualche somma? E lo chiedo anche agli elettori del centrodestra, possiamo tirare qualche somma o dobbiamo aspettare tutto il millennio? Se tiriamo le somme, si deve dire che il bilancio di questi anni è disastroso.

Con la destra al governo più disuguaglianze, meno consumi, meno investimenti e più evasione fiscale, più corruzione e meno prospettive per i giovani.
Il nostro Paese non è migliorato in niente. Ci siamo visibilmente allontanati dai Paesi forti dell’Europa. Abbiamo perso posizioni su posizioni in tutte le classifiche immaginabili e possibili: dalla ricchezza per abitante, al numero degli occupati, alle prospettive dei giovani, agli investimenti per la ricerca, all’andamento dei consumi, all’andamento del debito pubblico, all’aumento delle diseguaglianze, al divario nord-sud, all’evasione fiscale, al peso della burocrazia, alla diffusione di corruzione e illegalità. Potrei far notte continuando l’elenco. Un vero disastro. L’unica classifica che grazie a Berlusconi abbiamo rimontato è quella del nostro posto nelle barzellette del mondo, del nostro posto nel discredito del mondo!
Con la destra al governo deperimento dell’etica pubblica, della dignità delle istituzioni; doppia morale per i potenti; stereotipi insultanti per la dignità della donna; condiscendenza verso il razzismo.E c’è qualcosa che è avvenuto, di meno misurabile ma ancora più grave. Il deperimento dell’etica pubblica, della dignità delle istituzioni e della politica; l’idea di una doppia morale consentita ai ricchi e ai potenti; il riaffacciarsi di stereotipi insultanti per la dignità della donna, la condiscendenza verso la mentalità pararazzista. Dunque, tirando finalmente le somme della lunga fase iniziata tanti anni fa, dobbiamo dire che solo il centrosinistra nel corso degli anni novanta ha affrontato con serietà e rigore e a viso aperto i problemi di fondo del Paese: problemi di risanamento, di riforma, di grande prospettiva europea, con guide autorevoli e programmi coraggiosi confluiti tutti nell’Ulivo di Romano Prodi, che vogliamo salutare qui con grande affetto come la
personalità riassuntiva di una grande stagione di impegno. Ma dobbiamo purtroppo dirlo: molto di tutto questo è stato svilito e grandemente compromesso dai Governi berlusconiani e leghisti.
Il governo ha fallito perché ha fatto solo propaganda. Hanno sempre bisogno di un nemico e generano così disunione, contrapposizione, tifoseria.Quei Governi hanno fallito. Hanno fallito perché hanno ridotto l’azione di governo a strumento di propaganda, alla predicazione dei cieli azzurri fino a vendere miracoli a buon mercato o addirittura miracoli a rate come a Napoli e all’Aquila. Hanno fallito perché si sono avvitati sui problemi del Capo dimenticando i problemi degli italiani; hanno fallito perché il loro meccanismo populistico ha sempre bisogno del nemico generando così disunione, contrapposizione, tifoseria, una rottura profonda fra gli italiani che non si era vista nemmeno ai tempi della guerra fredda.                                                                                   All’ombra del capo vi sono state relazioni speciali, cricche di ogni genere, degenerazione. Hanno fallito perché all’ombra del Capo sono inevitabilmente fiorite relazioni speciali, personali e quindi cricche di ogni genere e specie, indebolimento delle regole fino a fatti di degenerazione e di orruzione.
Governo a favore di rendita e privilegi.Hanno fallito infine perché hanno preso a rovescio il grande tema economico e sociale: sono stati con la ricchezza, sono stati con la rendita, sono stati con il privilegio e hanno così disarmato le leve della crescita: la famiglia, il lavoro, l’impresa, la conoscenza. Hanno fallito e se hanno fallito non può sempre essere colpa degli altri: dei comunisti, dei giornali di sinistra, dei giudici, dei traditori, degli americani o dei marocchini, dei complotti internazionali. Caro PDL e cara Lega, ve lo chiedo ancora: avete governato per sette anni degli ultimi nove. Quanto anni volete governare prima che sia colpa vostra?
Di fronte a crisi internazionale hanno negato il problema. Ma il frutto più amaro e pericoloso del loro fallimento lo abbiamo misurato all’incrocio con la crisi internazionale, la più grave in cinquant’anni. Lì, a quell’incrocio nel quale siamo ancora, la destra italiana ha consumato la sua colpa più grave. Ha disarmato il Paese sacrificandolo alla sua propaganda.
Hanno disarmato il Paese di fronte alla crisi.  Invece di dire: “c’è il problema” ha detto: “non c’è il problema”. Invece di dire “stiamo perdendo ricchezza per il doppio degli altri” ha detto: “stiamo meglio degli altri”. Invece di dire: “il lavoro, l’occupazione sono il primo problema” ha detto: “l’occupazione non è un problema”. E dicendo tutto questo ha agito di conseguenza, cioè a rovescio. Io sto da mesi rivolgendo una domanda a quei commentatori e a quegli osservatori che da ogni lato hanno fatto le pulci a noi per non offendere il manovratore e ci hanno descritti come incapaci a presentare proposte alternative.

Ancora una volta, qui da San Giovanni, rivolgo a loro una domanda: chi aveva ragione due anni fa, dopo le elezioni, quando bisognava impostare la politica economica della legislatura? Loro dicevano, Tremonti in testa, che non c’era problema e quindi regalarono un bengodi alla modica cifra di 4 o 5 miliardi ai possessori dei 100 miliardi fuggiti, evasi e riciclati col più vergognoso condono della storia, o quando buttarono via, a dir poco, una dozzina di miliardi fra Alitalia, abolizione dell’ICI ai più ricchi, soldi agli straordinari, abolizione della tracciabilità dei pagamenti.

Noi dicemmo invece: c’è la crisi, mettete quei soldi per abbassare le tasse sulle famiglie a reddito medio basso, per favorire i consumi, e usate i comuni per un grande piano di piccole opere che partono subito e possono dare lavoro”.
Noi allora dicemmo: “c’è il problema. Date subito il messaggio giusto, fate subito la cosa giusta: mettete dei soldi per abbassare le tasse su famiglie e pensionati a reddito medio-basso per favorire i consumi e usate i Comuni per un grande piano di piccole opere che partono subito per dare un po’ di lavoro”.
Avevamo ragione noi. Abbiamo sempre dovuto aggiustare i disastri della destra.Chi aveva ragione? Si può avere una risposta? Quello fu l’inizio di tutto e fu un delitto, non un errore. E da lì in poi, una fase di decreti inutili, di voti di fiducia, di sordità verso la voce dell’opposizione, di propaganda pura. E tutto questo è stato venduto in nome del rigore e della tenuta dei conti. Ma quale rigore?

Bisogna dare una mano a chi è sul fronte della crisi.Non ditelo a noi che abbiamo sempre dovuto aggiustare i vostri disastri; e per favore non ammoniteci con la Grecia che è stata portata al disastro da un Governo di centrodestra amico vostro e che oggi deve affidarsi al centrosinistra per risalire la china! Ma quale rigore? Rigore vuol dire che chi ha di più deve dare di più e che si deve risparmiare sul superfluo per dare una mano a chi è sul fronte della crisi e può tirarci fuori dai guai. Questo è il rigore. Con il loro cosiddetto rigore hanno aumentato le diseguaglianze, hanno ridotto la fedeltà fiscale, hanno massacrato gli investimenti nel pieno della recessione, sono riusciti nel miracolo di aumentare la spesa corrente nonostante i tagli micidiali alla scuola, all’università, alla cultura, alle politiche sociali della famiglia, agli Enti Locali. Con il loro bel rigore ci troviamo con la crescita più bassa d’Europa e con il debito più alto. E con la propaganda del rigore hanno tolto la voce ai problemi veri. Crisi industriali abbandonate, lavoratori, insegnanti, ricercatori e immigrati che per farsi vedere devono andare sui tetti o sulle isole. Piccole imprese che saltano nel silenzio generale non solo perché non c’è lavoro ma anche perché nessuno paga più, a cominciare dallo Stato. Collette fra le famiglie per far funzionare la scuola dell’obbligo. E i libretti della spesa che dopo quarant’anni ricompaiono nelle botteghe dei nostri paesi. Altro che social card! Libretti della spesa, caro Tremonti, proprio quelli di una volta! E intanto le mafie, che invece hanno i soldi in mano, arraffano a destra e a manca al nord e al sud imprese e patrimoni. Tutti problemi oscurati, zittiti mentre la discussione politica veniva portata sui Lodi Alfano, i legittimi impedimenti, il processo breve. Problemi oscurati, mentre si imbastivano riforme a chiacchiere.                 
Il federalismo e ronde padane perse nel bosco. Dicono Roma ladrona e hanno votato tutte le leggi per i ladroni.La beffa del federalismo mentre si mettevano in ginocchio i Comuni. Il federalismo, che si sta perdendo nel bosco come le ronde padane, come le invettive a Roma ladrona di chi ha votato tutte le leggi per i quattro ladroni di Roma!

Scuola, università, cultura: non sono riforme, ma tagli. Riforme a chiacchiere, fino a chiamare riforma della scuola, dell’università, della cultura l’unica operazione che si sia vista nel mondo di riduzione dell’offerta formativa, di tagli strutturali all’intero sistema della conoscenza. Operazioni condotte con arroganza incredibile e veri e propri insulti alla verità. Cari Ministri, se i ricercatori si sono messi sui tetti non è perché siamo andati a trovarli noi, è perché ce li avete mandati voi! E a proposito di arroganza, caro Ministro, qui aspettiamo ancora di vedere i suoi voti.                                         Ecco, care democratiche e cari democratici, questa è la storia di un fallimento e questa è la ragione vera e profonda della crisi che si è aperta nella destra e della sensazione, oramai molto diffusa, che così non si può andare avanti.
Berlusconi si è ribaltato da solo. E adesso bisogna evitare che trascini l’Italia nel pozzo. Siamo arrivati ad una stretta politica. E che cosa fa Berlusconi davanti alla stretta? Fa la vittima. E’ davvero incredibile. Ha avuto tutto in mano, ha fatto tutto quello che voleva. Maggioranza galattica, legge elettorale ad personam, il più grande partito d’Italia inventato sul predellino di una macchina. Ha fatto tutto lui e adesso parla di ribaltone? Lui si è ribaltato, si è ribaltato lui, lasciandoci il problema che adesso non si ribalti anche l’Italia e che la sua crisi e il suo fallimento non trascinino il Paese nel pozzo. Questo è il problema! E questo problema dovremmo risolverlo oggi con una nuova campagna elettorale?

Abbiamo i numeri per giocarcela. Ma è ora di avere senso di responsabilità e di pensare al Paese.Questa legge elettoraleva riformata.

Per sei mesi a discutere ancora, dopo sedici anni, su “Berlusconi sì / Berlusconi no” facendo fare all’Italia un altro giro su una giostra ormai fuori uso? E con una legge elettorale che pretende si governi un paese moderno nominando i parlamentari e prendendosi tutto, Presidenza della Repubblica compresa, con il 34% dei voti, che vinca l’uno o l’altro contro il 65% del Paese? Questo dovremmo fare? Non avremmo certo paura per noi, ce la potremmo giocare; e se capitasse mai sia chiaro che ce la giochiamo e che la vinciamo! Ma sarà pur ora di avere un po’ di senso di responsabilità e di pensare seriamente, veramente al nostro Paese e non alla propria bottega! Siamo davanti ad una emergenza economica e sociale che già c’è e che può essere aggravata da nuove tempeste, che bisogna assolutamente prevenire.

Da sei mesi viviamo nell’instabilità per colpa del governo. La stabilità può
venire solo da un governo serio di responsabilità istituzionale, con una una transizione ordinata, nuove regole elettorali, alcuni interventi essenziali e urgenti in campo economico e sociale.

Non ci si parli di instabilità, per favore! Questa è l’instabilità. Da sei mesi siamo nell’instabilità. Berlusconi è l’instabilità. E chi dovrebbe darcela adesso questa stabilità? Un voto in più comprato in Parlamento? Una bagarre elettorale fatta con la testa all’indietro e con esiti di governabilità assolutamente incerti? No. Oggi davanti all’Europa e alla società italiana la risposta di stabilità può solo venire da un governo serio di responsabilità istituzionale che garantisca una transizione ordinata, nuove regole elettorali, alcuni interventi essenziali e urgenti in campo economico e sociale e porti il Paese ad un confronto elettorale capace finalmente di rivolgersi al futuro perché fuori finalmente dalla situazione bloccata e impotente di questi anni.
Nel caso di apertura di una crisi questa è la proposta che avanzeremo al Capo dello Stato al quale confermiamo qui assoluto rispetto per le Sue prerogative e ammirazione e stima per come le sta esercitando. Siamo dunque pronti a prenderci oggi le nostre responsabilità, sia nel sostenere il Governo che chiediamo, sia nello svolgere da una posizione più avanzata e con maggior convinzione ancora la nostra battaglia di opposizione.

Non ci arrendiamo al declino dell’Italia.
Ma oggi, care democratiche e cari democratici, siamo soprattutto qui per dire a voce alta quale Italia vogliamo, qual è il nostro sogno e quali gambe vogliamo dargli perché possa davvero camminare. Vogliamo dire da qui che noi abbiamo un progetto di cambiamento. Non ci arrendiamo al declino dell’Italia. Non c’è nessuna ragione per arrendersi. Noi possiamo e dobbiamo avere il nostro posto nel mondo nuovo. Possiamo e dobbiamo preparare giorni migliori per la nuova generazione.

Alla base del nostro progetto vi sono convinzioni profonde, valori che possono
diventare fatti veri.
Alla base del nostro progetto ci sono convinzioni profonde, ci sono valori che possono diventare fatti veri e visibili. C’è l’idea che l’unità del Paese possa essere riconquistata e che Nord e Sud possano darsi la mano e fare la strada assieme. C’è l’idea che con più uguaglianza e più solidarietà possiamo avere più crescita e più lavoro.

C’è l’idea che con più conoscenza e con più innovazione possiamo aver e più crescita e più lavoro.
C’è l’idea che con più legalità, più sobrietà, più civismo possiamo avere più crescita e più lavoro.
Il grande sogno europeo deve riprendere il suo cammino.
Ancora una volta e con convinzione immutata noi partiamo dall’Europa. Ci ribelliamo all’idea che l’Italia possa acconciarsi a quest’Europa, che possa essere complice della disarticolazione e dell’indebolimento a cui la stanno portando i Governi europei della destra.
Il grande sogno europeo deve riprendere il suo cammino. L’Italia deve tornare protagonista di questo sogno cominciando concretamente da oggi e cioè da questa grande crisi. No. L’Europa non può ridursi a essere quella che mette la pezza il giorno dopo, non può ridursi ad essere quella che salva solo le banche o qualche Paese che si è indebitato per salvare le banche. No. Questo non basta. Bisogna metter e oggi, nella crisi, i pilastri dell’Europa di domani. Noi diciamo, assieme ai Partiti progressisti europei: il debito pubblico in più che si è prodotto in questi mesi in Europa lo si paghi con una tassa sulle transazioni finanziarie e non ricada invece quel debito, come sta avvenendo, sull’occupazione e sulle politiche sociali.
Quello che ha provocato la finanza lo paghi la finanza e non si carichi su chi non c’entra nulla, sulle nuove generazioniQuello che ha provocato a finanza lo paghi la finanza e non lo si scarichi per anni e anni su chi non c’entra nulla e sulle nuove generazioni. E ancora: l’Europa raccolga risorse con buoni europei per fare investimenti in infrastrutture e innovazione sostenendo la crescita e il lavoro e metta finalmente l’occupazione nei suoi riferimenti e non solo il debito e il deficit. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti: non si può andare avanti avendo una moneta in comune mentre tutte le politiche restano divise. Si rischia davvero il disastro. Basta coi ripiegamenti difensivi e nazionalistici delle destre e dei populismi europei. “Ciascuno per sé” non ci si difende da nulla e non si va da nessuna parte. Vogliamo l’Europa di Jaques Delors, vogliamo l’Europa di Romano Prodi: quella è l’Europa che vogliamo.

Noi vogliamo un risveglio italiano.
In quell’Europa noi vogliamo una riscossa italiana, un risveglio italiano e per averli chiediamo che la testa si alzi finalmente all’altezza dei nostri problemi; sono problemi che oltrepassano Berlusconi, che oltrepassano un Governo e che riguardano il nostro sistema, che è malato nei suoi assetti democratici e malato nella sua incapacità a crescere. Il nostro progetto si misura dunque su due grandi sfide.

Due le grandi sfide: una riforma repubblicana e un’alleanza per la crescita e il lavoro.
La prima: una Riforma Repubblicana per rafforzare la Costituzione più bella del mondo modernizzando Istituzioni e regole.

La seconda: Una alleanza per la crescita e il lavoro. Una riforma delle Istituzioni e delle regole, dunque, che parta da un principio di fondo. Come in tutte le democrazie che funzionano, una persona sola non risolve nulla. Pensare che senza la fatica delle riforme, che senza la fatica della partecipazione si possano risolvere le cose affidandosi a scorciatoie personalistiche è una illusione disastrosa.

Questo drammatico equivoco, nel nostro Paese, è andato oltre Berlusconi e si è diffuso in una mentalità. Quando dico: toccasse mai a me mai metterei il mio nome sul simbolo, intendo dire questo. Che noi non dobbiamo suscitare passione per una persona, ma per la nostra Repubblica. Se vogliamo salvarci dobbiamo riscoprire le radici della Repubblica, e darle modernità e una vitalità nuova.

Riforme dunque. Bisogna semplificare e rendere efficiente il Parlamento e la forma di Governo, ridurre il numero dei Parlamentari, fare una legge elettorale seria, fare un federalismo responsabile e congegnato per unire. Bisogna portare ogni costo della politica alla media europea, cancellare le leggi speciali e della cricca, semplificare le procedure ordinarie, mettere il cacciavite nel funzionamento di ogni settore della pubblica amministrazione a cominciare dalla giustizia per i cittadini e non per quella di uno solo. Definire le incompatibilità e i conflitti di interesse, cancellare e monopoli e posizioni dominanti a cominciare dall’informazione. Bisogna introdurre norme, a cominciare da quelle finanziarie, per snidare le illegalità e le mafie. Bisogna occuparsi dei diritti, dell’articolo 3 della nostra Costituzione, con leggi che sostengano la parità e riconoscano le differenze a cominciare dal ruolo delle donne nei ruoli di direzione, leggi che combattano l’omofobia, che garantiscano la dignità della persona nella malattia, che impediscano che il disordine dell??immigrazione ricada sulla parte più debole della nostra popolazione e che dicano finalmente a un bambino nato qui e figlio di immigrati: tu sei dei nostri, sei un italiano.
Il Paese che vogliamo è un Paese civile, pulito, orgoglioso di essere parte delle
grandi democrazie del mondo e di non rispecchiarsi con populismi e dittature. Questo è il Paese che vogliamo noi. Un Paese civile, pulito, un Paese orgoglioso di essere parte delle grandi democrazie del mondo e di non essere invece allo specchio dei populismi e delle dittature.
Un patto per la rinascita.
Un’alleanza per la crescita e per il lavoro; e cioè un patto fra Istituzioni, lavoro, impresa, soggetti della conoscenza e della sussidiarietà. In quel patto vogliamo ci sia una vera riforma fiscale. Basta con un Paese diventato ormai il paradiso dei condoni, un Paese dove il 10% della popolazione possiede il 50% della ricchezza senza che gli si possa chiedere nulla, un Paese dove l’aliquota più bassa di un operaio, di un pensionato, di un artigiano è più alta di quella della rendita di uno speculatore. Basta. E’ tempo di alleggerire il carico sulla famiglia, sul lavoro e sull’impresa e di accrescerlo sull’evasione fiscale, sulla rendita finanziaria e immobiliare se vogliamo dare un po’ di spinta all’occupazione. In quel patto sociale deve starci un’idea di politica industriale, agricola e dei servizi: un orizzonte che ci chiarisca finalmente dove vogliamo andare, quale posto vogliamo che abbiano le nostre produzioni nel mondo e dove sospingere quindi investimenti pubblici e privati.
Nuovi parametri.
Qualità, tecnologie, ricerca, innalzamento dell’istruzione e della conoscenza, efficienza energetica, frontiera ambientale e dei beni culturali: questi dovrebbero essere i nuovi parametri. E in quel patto ci deve stare una ripresa delle liberalizzazioni. In quel patto ci deve stare una rilettura del nostro welfare a partire dal tema dei servizi e dalla condizione della famiglia piegata dalla caduta dei redditi, dalla non autosufficienza, dalla nuova disoccupazione giovanile e delle donne.
E il tutto secondo un principio che voglio ribadire qui: in quel patto noi vogliamo in economia un mercato più aperto, regolato, concorrenziale e svolto a parità di condizioni e vogliamo che i bisogni essenziali salute, istruzione, sicurezza non siano affidate al mercato.
Infine, ma non per ultimo, in quel patto, deve starci il grande tema del lavoro e delle relazioni sociali. Di fronte alla globalizzazione bisogna dare produttività, flessibilità ed efficienza alle nostre produzioni, ma dare tutto questo a fronte di un quadro di riforme che interessi tutta la società e all’interno di parole d’ordine nuove:
L’unità del mondo del lavoro. L’unità del lavoro per noi è un bene pubblico, è una condizione della crescita.

Regole chiare e nuove di rappresentanza, rappresentatività e partecipazione nel mondo del lavoro.

Più decentramento nei rapporti sociali si, più articolazione si, ma senza buttare a mare totalmente la dimensione nazionale dei contratti perché questo è un Paese già molto diviso e che bisogna tenere assieme.

Nuove norme in materia di lavoro. Per cominciare a parità di costo per l’impresa un’ora di lavoro precario non costi meno di un’ora di lavoro stabile e per chi non è coperto dalla contrattazione ci sia un salario minimo per legge.
Due priorità: le nuove generazioni e il divario nord-sud.
Tutto questo e molto altro ancora vogliamo sia attraversato da due priorità, da due punti di vista prevalenti: quello della nuova generazione e quello del divario fra nord e sud del Paese. Sono questi infatti i due grandi punti di rottura, le grandi questioni nazionali che possono sbarrare la strada alle prospettive del Paese.
Se vogliamo camminare come Paese, non possiamo spezzarci in due, né nelle generazioni, né nei territori. Su tutto quel che ho detto e su altro ancora stiamo lavorando anche nei dettagli, come si conviene ad un Partito di Governo che non parla mai a vuoto e che sa concretamente che cosa vuol dire quello che dice.
Noi l’Unione non la rifaremo. L’alleanza che vogliamo è con i cittadini.
Care democratiche, cari democratici, se i problemi sono questi, se la sfida è di questa portata allora c’è una conseguenza politica. Ci siamo impegnati a mobilitare una vasta area democratica e ad avanzare proposte politiche che possano rivolgersi a tutte le forze di opposizione, quelle di centrosinistra e quelle di centro, perché si prendano le loro responsabilità in un patto di governo e di riforme e perché non si sottraggano alla sfida per calcoli parziali o per pregiudizi che potrebbero portarci al risultato di rimanere nella palude di oggi. Un patto di governo e di riforme solido, serio e garantito, perché noi L’Unione non la rifaremo.
Se si parla dell’Italia e del suo futuro, si deve essere disposti a scelte coraggiose. Queste scelte toccano anche a noi al Partito Democratico senza il quale nessun cambiamento è possibile. Per noi questo non è solo un orgoglio: è una responsabilità.
Mentre dico questo, aggiungo anche che la nostra vera alleanza noi vogliamo farla con i cittadini e in particolare con la gente a cui vogliamo bene.

Noi vogliamo bene a quelli che il pane se lo sudano, ma che possono guardarsi tranquillamente allo specchio. Ai lavoratori che perdono o rischiano l’occupazione, alle famiglie inquiete per il futuro dei figli, ai precari, al pensionato che gira tre supermercati per trovare la merce che costa meno, agli insegnanti che non si arrendono, agli imprenditori che non mollano mai, agli operatori della legalità che resistono, agli amministratori perbene che si appassionano alla loro comunità, agli studenti che sanno studiare e che sanno farsi sentire, ai volontari che diffondono gratuità e solidarietà, agli immigrati che lavorano qui tirano la cinghia e mandano un po’ di soldi alla povertà delle loro famiglie. Noi ci rivolgiamo a questi e a tanta altra gente così perché solo a partire da loro e dalla loro condizione potremo fare un Paese migliore per tutti.
Dobbiamo fare in modo che la gente alla quale vogliamo bene voglia bene a noi e ci consideri alla testa di una risco ssa che li riguarda.
Ma detto questo sentiamo anche che il nostro compito è fare in modo che la gente a cui vogliamo bene voglia bene a noi e ci veda alla testa di una riscossa che li riguarda. Noi abbiamo tanto da fare ancora per rendere chiaro quello che vogliamo ma soprattutto per migliorare quello che siamo. Un collettivo che deve sapere quel che la gente chiede sopra ogni altra cosa ad una forza politica: sobrietà, onestà, rigore, semplicità, vicinanza ai problemi. Un collettivo che deve esprimere unità, responsabilità, generosità. E affidarsi, come stiamo via via facendo, a quella nuova generazione che prenderà in mano il partito dei riformisti del secolo nuovo.
Voglio rivolgere da qui un saluto particolare ai giovani e ai giovanissimi, e sono tanti, che quest’anno hanno preso responsabilità di direzione nei nostri circoli, nelle nostre federazioni e in tante pubbliche amministrazioni. Grazie del vostro impegno e grazie anche alla nostra organizzazione giovanile, ai giovani democratici.

Vi chiedo di resistere alle difficoltà, di metterci freschezza e coraggio e di avere fiducia nella buona politica. Un saluto particolare voglio rivolgerlo anche a tutti i nostri amministratori, con un abbraccio a quelli tra loro che sono sotto minaccia della criminalità e delle mafie.
Il Partito aiuti i nostri amministratori locali messi su un fronte difficilissimo dalle politiche dissennate del Governo, e i nostri amministratori ricordino che se rimane un solo euro in cassa lo si spende per un servizio ai disabili o per un soccorso alla povertà, perché la crisi può distruggere la solidarietà e senza solidarietà non può esserci comunità.

Vieni via con me.
Care democratiche e cari democratici, amici e compagni,
piazza emozionante dice al Paese che siamo forti, che siamo pronti a combattere per le cose in cui crediamo. Siamo pronti ad affrontare politicamente le scelte immediate, già dalla prossima settimana e siamo pronti a darci il passo per un cammino di cambiamento del Paese. Il cambiamento. E’ questo il messaggio forte che viene oggi da San Giovanni.
Anch’io ho il mio sogno. Il sogno di un Partito, il Partito Democratico, che possa finalmente dire all’Italia, parafrasando una bella canzone e una grande trasmissione televisiva: Vieni via, vieni via di qui, vieni via con me. Vieni via da questi anni, da queste umiliazioni, da questa indignazione, da questa tristezza. C’è del nuovo davanti, c’è un futuro da afferrare assieme, l’Italia e noi.










 
12 Settembre 2010
UN RISVEGLIO ITALIANO
L'INTERVENTO DEL SEGRETARIO DEL PD PIER LUIGI BERSANI ALLA CHIUSURA DELLA FESTA DEMOCRATICA NAZIONALE TORINO

Care democratiche, cari democratici, cari amici, cari compagni,
questa nostra splendida festa è vissuta nel cuore stesso della città di Torino, città del Risorgimento e del lavoro. Città bellissima e ospitale. Assieme a voi saluto Torino e la ringrazio. Assieme a voi saluto il suo Sindaco, i dirigenti cittadini, provinciali e regionali del Partito. Grazie davvero.
E’ stata una grande e bellissima festa. Chi ha voluto aggredirla non è riuscito a sfregiarla. Nelle nostre feste, a differenza di ormai tutte le altre, si discute anche con chi non la pensa come noi, si discute anche con gli avversari politici, si discute dentro alle tensioni della politica e della società.
Si discute nelle piazze, all’aperto, secondo le normali regole della convivenza e dell’ordine pubblico. Penso che meriteremmo un ringraziamento da tutti quelli che sperano ancora che il nostro Paese possa essere un Paese civile. In ogni caso noi non accetteremo mai, così come ci ha cantato Francesco de Gregori in questa splendida piazza, che la gente rimanga chiusa in casa la sera.
Anch’io, assieme a tutti voi, mi rivolgo ai volontari della festa e li abbraccio tutti e a uno a uno: veri protagonisti di questo straordinario avvenimento. E saluto, attraverso loro, le decine di migliaia di volontari che hanno fatto vivere in Italia oltre 2.000 feste. Il nostro record. Fra di loro tutte le generazioni; quelle più anziane ma anche tanti giovani, sempre di più, e tanti nuovi italiani, sempre di più. Nessuno meglio di loro ci restituisce quello che è nostro. Il volto cioè di un grande Partito popolare che vive la politica nel suo territorio, che mette la politica nella vita comune dei cittadini, che crede ad una politica che guardi la gente da vicino e all’altezza degli occhi. Nessuno pensi di venirci a spiegare il radicamento! Abbassi la cresta chi vuole darci lezioni di territorio o farci la caricatura come fossimo un Partito in pantofole. Abbiamo scarpette e scarponi e se ne accorgeranno. Ma, e qui siamo già fuori dai ringraziamenti e siamo già nella politica, in quell’impegno dei volontari dobbiamo riconoscere qualcosa di più e di più profondo di quello che può stare in un ringraziamento.

Grazie ai volontari. Solidarietà e civismo idee sorelle.Dobbiamo riconoscere ciò che muove milioni di volontari in Italia, non solo nella politica, ma nell’impegno sociale, culturale, ambientale e in ognuno dei mille e mille luoghi del Paese. Dobbiamo riconoscere la generosità, la gratuità di un impulso civico, di un lavoro fatto perbene, fatto per te e per gli altri, per la tua comunità. E’ ben difficile che un volontario così non sia poi nella vita di ogni giorno un buon cittadino, una persona perbene, che si comporta bene. L’idea di fraternità si dà la mano con l’idea di onestà. Sono due idee sorelle. Solidarietà e civismo sono idee sorelle. Se vogliamo ritrovare la strada dobbiamo tutti sapere che non si può stare bene da soli. Dobbiamo saperlo proprio nel momento in cui, è la crisi stessa che ce lo dice, l’unico motore della crescita può essere solo l’equità, possono essere solo redditi e consumi che nascano dal lavoro e non dalle bolle o dal debito, che nascano dalla crescita dei mercati interni e non solo dalle esportazioni, perché se tutti vogliono solo esportare, Cina, Germania e adesso anche Stati Uniti dovremo vendere a Marte i nostri prodotti. Quindi più equità, più crescita comune, più lavoro.

Serve un grande risveglio italiano. Sulla base di questi principi voglio oggi avanzare a voi e al Paese l’idea di un grande risveglio italiano. Di questo vi parlerò, di un risveglio italiano, non tacendo ovviamente della più stretta attualità politica, ma cercando di alzare la testa verso il futuro di un Paese che non potrà tornare a crescere senza un sogno, senza un progetto e senza rimboccarsi le maniche per conquistarli.
Vogliamo essere un grande partito nazionale.

Cari amici e compagni,
partiamo da un fatto. In un Paese come il nostro le migliori espressioni di solidarietà e di civismo hanno sempre la loro radice in un luogo, in un territorio. I mille luoghi italiani. Che Paese magico è il nostro! Ovunque una piazza, una torre, le campane, la fontana. Luoghi diversi tutti, tutti particolari e distinti, eppure tutti così riconoscibili, tutti così italiani. Una Nazione magica, la nostra, capace di esserci prima ancora di esistere. La Nazione più facile da riconoscere per chi ci guarda dal mondo, eppure una Nazione per cui è sempre stato difficile e ancora oggi è difficile farsi davvero comunità nazionale, farsi Stato, organizzare e garantire un progetto e un cammino comuni. Ancora oggi da noi, per la politica, la dimensione nazionale non è una cosa ovvia, come in altri Paesi, ma è una sfida, una sfida attuale e difficile. Qui, a Torino, il Partito Democratico raccoglie questa sfida. Vogliamo essere un grande Partito nazionale, che dice le stesse fondamentali parole a Napoli e a Varese; vogliamo dare sostanza vera ad un orgoglio nazionale, ad una dignità italiana. Questo impegno lo consegno qui, a nome vostro, al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Caro Presidente, ti vogliamo bene.

I 150 anni impegno per costruire nuova unità. I 150 anni per noi non sono una commemorazione. Sono l’impegno a costruire le ragioni nuove di una nuova unità del Paese. Alle nostre spalle noi riconosciamo i fondamentali pilastri su cui appoggiare il futuro. Riconosciamo nella nostra storia i passaggi che possono ancora produrre energia per il futuro che vogliamo costruire. Riconosciamo il Risorgimento che ebbe qui a Torino il suo cuore pulsante e la sua direzione politica. Riconosciamo, nei decenni successivi all’unità, il grande movimento di solidarietà, di mutualità, di auto organizzazione, di emancipazione, variamente ispirato dalle culture cattolica, socialista, laica e repubblicana; un movimento che portò il popolo ad un protagonismo nuovo e ad una nuova presa di coscienza e che generò via via le grandi forze politiche popolari. Riconosciamo la battaglia antifascista, la Resistenza, la Liberazione e la nostra Costituzione repubblicana, la più bella del mondo, la Costituzione che ha dato luce, che darà luce a tutte le conquiste sociali e civili dell’Italia. Riconosciamo gli anni del dopoguerra, della ricostruzione e del riscatto, del risveglio economico e sociale, dell’incontro fra il popolo e la nuova democrazia e di una crescita economica che seppe dare la mano all’emancipazione sociale, di cui Torino fu uno straordinario e imparagonabile crocevia. Riconosciamo la risposta democratica e di popolo al sanguinoso attacco stragista, terrorista e mafioso degli anni ’70, ’80 e ’90. Riconosciamo l’irrompere fin dagli anni ’60, di una cultura partecipativa nuova che aprì le porte ad un protagonismo fino ad allora sconosciuto della società civile a partire da una rivoluzione femminile, formidabile e incompiuta, capace tuttavia di modificare l’universo mentale dell’intera nostra società. Riconosciamo le battaglie, le vittorie e le sconfitte dei riformisti italiani e le loro conquiste che ancora vivono: dalla scuola pubblica, allo statuto dei lavoratori, al servizio sanitario nazionale, fino al compimento del nostro destino europeo sotto la guida di Romano Prodi. Sentiamo che questi ed altri passaggi della nostra storia nazionale vivono ancora nella politica di oggi e ci parlano non con il linguaggio della nostalgia o della nobile conservazione, ma con il linguaggio dell’impegno e della battaglia per il futuro.

E' in atto disgregazione che rende più difficile sentirci italiani.
Ma a fronte di tutto questo, noi non possiamo non vedere che qualcosa di profondo è avvenuto e sta avvenendo. Qualcosa che ci dissocia, che ci disgrega, che ci frantuma; qualcosa che sta rendendo più difficile il sentirci italiani e concepirci come una comunità che cerca la sua strada nella dimensione europea e globale. Ecco allora il punto. Io non vi parlerò di tutto, tralascerò tante cose. Ma di questo vi voglio parlare. Noi italiani sappiamo di essere meglio di quello che ci succede. Molto meglio. Ma non vediamo la strada, non siamo sicuri del cammino. Di questo voglio parlarvi, dell’essenziale. E cioè del nostro progetto per l’Italia, delle proposte e delle promesse che vogliamo fare al nostro Paese.

Il nostro Paese scivola. E’ inutile ed è infantile nascondere la realtà. Ormai da anni il nostro Paese sta scivolando. Non perderò tempo con i numeri, ma non c’è numero, non c’è parametro, non c’è confronto che non ci dica questo. Ci allontaniamo rapidamente dai Paesi più forti d’Europa con cui abbiamo abitato per molti anni e ci avviciniamo rapidamente ai Paesi più deboli. La crisi (ormai è chiaro, al di là delle favole che ci raccontano tutti i giorni) sta accelerando questa discesa e questo distacco. In due anni abbiamo perso ricchezza quasi per il doppio rispetto all’Europa. I timidissimi segnali di ripresa noi li stiamo prendendo non per il doppio ma per meno della metà. Abbiamo perso molti metri e nella rincorsa siamo in coda. Tutto questo lo si tocca con mano nella vita reale. Redditi e consumi si indeboliscono, il debito pubblico aumenta drasticamente, il risparmio delle famiglie si assottiglia, c’è meno lavoro, si allarga un’ombra sulla tenuta dei fondamentali servizi, c’è un’inquietudine profonda per le prospettive della nuova generazione mentre cresce uno strato di cinquantenni che non riescono a trovare lavoro e reddito sufficiente
Tutto questo avviene mentre aumentano le differenze e gli squilibri. La disuguaglianza aumenta, il ceto medio si indebolisce, cresce la fascia di povertà, la ricchezza si concentra in fasce sempre più strette e sempre più distanti dalla condizione di vita normale dei cittadini e siccome il 10% della popolazione non può mangiare dieci volte al giorno, tutto questo impedisce la ripresa e la crescita. Fra nord e sud il divario aumenta sotto ogni parametro, a cominciare dall’occupazione dei giovani, e aumenta la sfiducia di poterlo colmare. Anche settori produttivi si dividono fra chi ha saputo e potuto innovare e si è collegato alle esportazioni e chi no, fra chi lavora con il pubblico e chi con il privato, fra chi ha qualche risorsa di liquidità e chi è impiccato alle banche. C’è chi non lavora e non guadagna, c’è chi lavora e non guadagna abbastanza, e c’è chi guadagna qualcosa lavorando e chi guadagna molto non facendo nulla.

Alla politica spetta un progetto comune e il berlusconismo impedisce la riscossa del Paese.
E’ sempre più difficile dire una parola che valga per tutti, è sempre più arduo unificare le intenzioni e gli interessi di uno sforzo comune. E’ questo, fondamentalmente, che sarebbe toccato alla politica: un progetto comune. E qui sta il cuore della nostra critica. Quello che chiamiamo berlusconismo e che si aggira per l’Italia da quindici anni e che in un patto di ferro con la Lega ha governato per sette anni degli ultimi nove, ha accompagnato questo scivolamento dell’Italia, ha favorito la disarticolazione del Paese, il suo ripiegamento corporativo e oggi ne impedisce la riscossa innanzitutto deformando i codici e essenziali che reggono il senso di sé di una comunità nazionale. Per descrivere questa deriva non servono molte parole, che ci siamo perfino stancati di ripetere. Facciamo il riassunto. Quell’idea deformata di democrazia, il “ghe pensi mì” non ha portato nulla di concreto nella vita degli italiani, nulla di nulla. Nessuna vera riforma per il Paese, solo una favola al giorno per i sondaggi del giorno dopo; la discussione pubblica piegata solo e sempre ai problemi suoi , mai a quelli del Paese; nel messaggio di governo una psicologia da miliardario per il quale l’ottimismo non costa niente perché c’è sempre il sole e non piove mai; all’ombra del Capo autostrade aperte alla corruzione, cordate degli amici degli amici con leggi fatte apposta per loro e case pagate dalla Fata turchina e un ribaltamento di valori. Valori a rovescio, in questi anni, e doppia morale: bella vita e comportamenti a piacimento per il Capo e la sua cerchia e la riscoperta di un’etica rigorista sulla pelle degli altri, magari del povero Welby o di tutti quelli che devono morire attaccati a mille tubi in un ospedale. Valori a rovescio, e disprezzo per la vita comune. La condizione femminile ridotta ad oggettistica del berlusconismo; lavoratori che devono andare sui tetti per farsi sentire; imprenditori onesti che fanno le cose perbene che si vedono sorpassati dalle fortune di chi ha portato i soldi all’estero o da chi non paga le multe del latte. Gliele paghiamo noi, le multe, mentre i genitori che hanno i figli alle scuole dell’obbligo fanno collette per la carta igienica o per l’ora di inglese. Un ribaltamento di valori. E l’immagine dell’Italia all’estero devastata da una politica da imbonitori. Mentre abbiamo soldati che rischiano la vita i Afghanistan riduciamo una caserma dei nostri Carabinieri a Roma ad un palcoscenico stile Gheddafi. E sotto a tutto questo c’è forse stato, negli anni di Berlusconi e della Lega qualcosa di concreto e di positivo che possiamo misurare? Ci sono forse meno tasse, per chi le paga? No, ce n’è di più, c’è il record storico delle tasse! C’è più lavoro? No, ce ne è meno. C’è meno burocrazia, c’è qualche nuova politica sociale? I Comuni stanno meglio? L’ambiente sta meglio? In che cosa è migliorato il Paese con questa lunga cura di Berlusconi e della Lega? In niente è migliorato! E questa è la ragione di fondo della crisi del centro destra, la percezione che si sta perdendo la presa e che le cose non girano. E non girano per un motivo molto semplice. Non può migliorare se chi lo governa, come avviene in tutti i meccanismi populisti è schiacciato sul presente, deve vivere del consenso quotidiano, della propaganda quotidiana, di una comunicazione pubblica messa al guinzaglio, di un dibattito pubblico messo al guinzaglio.

L'Aquila, drammatica metafora del berlusconismo. E l’Aquila, che salutiamo qui ribadendo la nostra solidarietà e il nostro impegno, non è forse la drammatica metafora di questo modo di governare? Vendersi sotto i riflettori il miracolo di un giorno per poi lasciare il problema al buio, senza una prospettiva? E non è stato così per tutto, in questi anni? Non è stato così per la crisi? A che cosa è servito dire che non c’era e vendersi ogni giorno un raggio di sole? A che cosa è servito se non a stare con le mani in mano? Ecco allora alla fine del riassunto di che cosa io accuso Berlusconi e la Lega. Di aver lasciato il Paese senza un’idea di futuro, di avergli rubato l’orizzonte, di aver trasformato il sogno in una favola, in una bolla di sapone. Qui vedo il nostro compito; aiutare l’Italia a riprendere il suo sogno. Far vivere un progetto nuovo che solleciti uno sforzo comune, in cui chi ha di più deve dare di più. Il progetto, dunque. Propongo oggi due pilastri di questo progetto il primo: più lavoro e nuovo lavoro per tornare a crescere e per vivere meglio; il secondo: una riscossa civica per tornare a crescere e per vivere meglio.

Lavoro è dignità e libertà della persona.
Il Lavoro. Si dice che il lavoro non è tutto, si dice che è una parola antica. Certo che non è tutto, certo che è una parola antica, ma questo può dirlo chi il lavoro ce l’ha, e ce l’ha in modo dignitoso e amichevole verso la sua vita e le sue vocazioni. Il lavoro con dignità, il lavoro non per morire e non solo per sopravvivere ma per vivere da persona. Il lavoro che serve, sì, per mangiare, per farsi una famiglia e avere un tetto, per allevare i figli; ma il lavoro che è anche la libertà di una persona, la sua dignità, la sua possibilità di stare con gli altri e di avere un ruolo nella società. Il lavoro dipendente, in ogni sua forma pubblica e privata, ma assieme il lavoro dell’artigiano, del commerciante, dell’agricoltore, del professionista, del piccolo imprenditore, dell’artista. Non parlano forse così gli italiani, che siano attori o idraulici o informatici o operai o giovani disoccupati: c’è il lavoro, manca il lavoro, mi piace o non mi piace il mio lavoro. E’ il lavoro, alla fine, che mette la società con i piedi per terra e che garantisce una giusta scala di valori. La nostra proposta di crescita in campo economico e sociale si organizza attorno al lavoro: più lavoro per avere più crescita. Attorno a questo concetto noi mettiamo a convergenza e a sintesi le proposte che stiamo già concretamente elaborando. Vogliamo prima di tutto un fisco che aiuti il lavoro e la crescita. Siamo pronti ad avanzare una proposta che mette al dettaglio una profonda riforma fiscale. I paletti essenziali sono questi: spostare il carico fiscale dal lavoro, dall’impresa e dalla famiglia con redditi medio-bassi verso l’evasione fiscale e verso i redditi da finanza e da patrimonio. Non è possibile che l’aliquota del primo scaglione di un lavoratore sia più alta dei redditi da finanza e da patrimonio. Semplificheremo le aliquote intermedie, aiuteremo le famiglie con un bonus figli, favoriremo il lavoro femminile, ridurremo le imposte sull’impresa a favore di una loro patrimonializzazione, con una profonda ristrutturazione di tutta la fiscalità d’impresa, faremo una fiscalità favorevole alle attività verdi e introdurremo misure precise ed efficaci per ridurre l’evasione fiscale. Lanceremo una Maastricht della fedeltà fiscale per metterci in cinque anni nella media europea. Ciò significa 40-50 miliardi di Euro con immediato alleggerimento sul carico fiscale di lavoro, impresa e famiglia e con un margine di risorse per investimenti. Con un fisco così si può fare equità, si può fare giustizia e si fa occupazione.

Sappiamo bene che per il lavoro e la crescita ci vogliono riforme e risorse. Non siamo dei demagoghi. Siamo un Partito di governo momentaneamente all’opposizione. Ci sono risorse che si possono aggiungere al recupero fiscale. Sappiamo dove e come reperirle sia mettendo le mani nella spesa corrente della Pubblica Amministrazione che è aumentata a dismisura nonostante i tagli indiscriminati alla scuola a cominciare dai beni e servizi, dalla semplificazione di strutture amministrative, da standard di costi nella sanità e nei grandi servizi, sia con entrate straordinarie da mettere in gioco a cominciare dalla messa a gara delle frequenze liberate dal digitale terrestre, sia risagomando spese di investimento, perché ai fini dell’occupazione un conto è il Ponte sullo stretto e un conto sono 500 cantieri locali sia dal lato di nuovi meccanismi che diano spinte ed orizzonte agli investimenti privati. Meglio 500 cantieri locali che il Ponte sullo Stretto. Per il lavoro sappiamo dunque dove prendere i soldi e sappiamo dove metterli. Prima di tutto li mettiamo nel sapere, nella conoscenza. Senza il sapere il lavoro di domani non c’è. Il sapere è tradito in Italia. E’ colpito dal più grande licenziamento di massa della nostra storia e da una riorganizzazione caotica capace solo non di qualificare ma di ridurre l’offerta formativa, di ricerca e di cultura.

Università: non siamo per baroni e carrozzoni.
Non è questione di conservare quel che c’è è questione di potenziare e migliorare l’offerta di conoscenza. Non ci facciano, per favore, la caricatura. Non siamo per indiscriminate sanatorie, non siamo per i baroni o per i carrozzoni. Valutazione, merito, qualità, responsabilità e autonomia delle Agenzie formative e culturali, ringiovanimento e unificazione contrattuale della ricerca italiana, nuovi contenuti nei sistemi formativi a cominciare da quelli tecnici e così via. Le dieci proposte sull’Università che abbiamo varato all’ultima Assemblea Nazionale, le proposte sulla scuola che arricchiremo nella prossima Assemblea e che porteremo davanti alle scuole che stanno aprendo in questi giorni, non rifiutano l’innovazione ma anzi la chiedono. Noi rifiutiamo la riduzione dell’offerta formativa e della ricerca, rifiutiamo la riduzione dell’obbligo, rifiutiamo l’abbandono scolastico e il nuovo analfabetismo, rifiutiamo l’idea che un professore che insegna da 15 anni sotto il titolo di precario venga trattato come un mangiapane a tradimento e lasciato per strada senza neanche un tavolo di crisi, rifiutiamo il rischio di collasso gestionale dell’Università, rifiutiamo il massacro dell’offerta culturale fatta passare in toto come culturame parassitario.

Al di là problemi di prospettiva siamo a una vera e propria emergenza per la scuola, l’università e la cultura. Ecco una proposta per l’emergenza. Il Governo rinunci all’ossessione del controllo sull’universo televisivo. Si mettano immediatamente a gara le frequenze liberate dal digitale terrestre, incassiamo un po’ di quei miliardi che dagli Stati Uniti fino alla Germania tutti si sono presi e investiamo quei soldi subito sulla conoscenza e sul sapere. La nostra proposta per il lavoro si compone di alcuni fondamentali Progetti-paese che siamo pronti a discutere nel dettaglio. Progetti di politica industriale (in attesa che Mastro Geppetto ci faccia un ministro di legno) e cioè un piano per nuovi brevetti e la loro industrializzazione e per la qualificazione dell’offerta turistica alberghiera e dei servizi. Basta trasferimenti generici alle imprese. Per le imprese due sole cose: una fiscalità migliore e un sostegno all’innovazione. Solo l’innovazione può darci lavoro nuovo; o pensiamo forse che le marche tedesche vendano più auto perché in Germania non ci sono i tre operai di Melfi? Un Progetto-paese sulla banda larga: l’infrastruttura della rete per l’efficienza del sistema e per nuova occupazione e nuova impresa. Un progetto-paese per le ristrutturazioni edilizie incentivate, per far emergere il nero, promuovere il risparmio energetico e antisismica. Un Progetto-paese per il risparmio energetico nei trasporti, nelle imprese e nelle abitazioni. Un Progetto-paese per la casa in affitto fatto sul serio, e fuori dalle favole miracolistiche di Berlusconi o di Brunetta. Tutti piani questi che siamo pronti a descrivere, che per una parte si pagano da soli e che possono trasformare il risparmio privato in investimenti e in lavoro.

Enti locali: correggere il patto di stabilità. E gli Enti locali infine. Gli Enti locali non sono la malattia ma possono essere la medicina. Dobbiamo utilizzare gli Enti locali per far fronte al problema sociale consentendo l’occupazione nei servizi, non permettendo ad esempio che dopo i tagli del Governo vada a rischio il 30% dei servizi e dell’occupazione nel trasporto pubblico locale. Dobbiamo usare gli Enti locali per investimenti che portino subito occupazione buona migliorando le città e garantendo sicurezza alle scuole. Dobbiamo correggere dunque finalmente e subito in modo intelligente e selettivo il Patto di Stabilità finendola con la follia di lasciare nel cassetto i soldi dei Comuni virtuosi.

No a rendite e corporazioni che rubano il futuro dei giovani.
E facciamo in nome del lavoro, riforme che disturbano sì ma non costano. Apriamo e regoliamo i mercati. Consentiamo ai giovani un accesso più facile ai mestieri e alle professioni e aiutiamo i consumi e quindi l’occupazione alleggerendo il peso dei consumi obbligati: assicurazioni, benzina, costi bancari, farmaci. Abbiamo su questo proposte precise e coraggiose. Non consentiamo che le rendite e gli egoismi corporativi rubino il futuro ai giovani e il reddito alle famiglie.

L'Italia non si salva senza il Sud. E voglio inserire qui, mentre parlo di lavoro, il tema del Mezzogiorno. Qui a Torino, città italiana davvero, che è stata ed è una delle città più grandi del nord e del sud di questo paese, noi vogliamo pronunciare ancora la questione meridionale. Chi pensa di non parlarne più, chi pensa di lavarsene le mani, chi pensa di salvarsi da solo non ha capito nulla. Le possibilità di sviluppo dell’Italia sono inestricabilmente collegate alla capacità di mettere in moto le risorse potenziali del Mezzogiorno. Ma bisogna cambiare registro. C’è una sfida di cambiamento che deve rendersi visibile nel sud. Certamente quella sfida riguarda anche noi e abbiamo cominciato ad affrontarla anche a prezzo di scelte dolorose; ma attenzione a mettere tutto nel mucchio tacendo ad esempio del tradimento che il centro destra ha consumato nel sud rapinandolo, spargendo nuove illusioni come si fa oggi con la famosa Banca del Sud e soprattutto non mettere tutto nel mucchio, e lo dico in ricordo di Angelo Vassallo, senza distinguere fra chi è con e chi è contro la camorra o la mafia o la ndrangheta. Girano troppi giudizi approssimativi sul Mezzogiorno, qualche volta anche in casa nostra. Voglio dirvi qui che noi abbiamo tanta nostra gente sul fronte. Non possiamo lasciarla sola. Ho fatto per tanti anni anch’io l’amministratore. Un conto è dire no in Emilia-Romagna, un conto è dire no in Campania, in Calabria, in Sicilia di fronte a bisogni radicali, a bisogni spesso aggressivi e soprattutto di fronte ad una criminalità spietata. Se non diamo una mano agli onesti rimarranno solo i disonesti. E per dare una mano agli onesti la cosa più importante che possiamo fare è sostenere tutti assieme e ovunque, una nostra proposta nazionale sul Mezzogiorno fatta di due cose: Legalità e Lavoro. Ne discuteremo a Napoli, alla festa del Mezzogiorno e in altre occasioni che stiamo preparando. Vogliamo aprire la strada ad una nuova classe dirigente sulla base di nuove idee. E già nell’immediato diamo i segni di questa novità. Si discuterà nelle prossime settimane di come usare i soldi rimasti da fondi europei, nazionali e regionali. Per la ventesima volta il Governo dice che presenterà un piano. Comincio io a dire qualcosa di chiaro a proposito di come spendere i soldi. Primo: basta intermediazione amministrativa con le imprese dove si annidano pericoli di ogni genere. Si usino i soldi per un credito d’imposta sulla nuova occupazione che duri dieci anni, rafforzato per giovani e donne creando così una fiscalità di vantaggio per il nuovo lavoro. Secondo: i soldi diretti alle pubbliche amministrazioni centrali e locali si impegnino in servizi di cittadinanza in primo luogo i servizi della legalità rafforzando l’organizzazione della giustizia e della sicurezza, che è messa molto male, e si impegnino in servizi collettivi: frequenza scolastica, rifiuti, acqua, assistenza agli anziani. Con un metodo: i soldi solo a chi raggiunge per conto suo primi risultati; niente soldi a chi i risultati li promette soltanto. Un investimento dunque sulla cittadinanza nel Mezzogiorno perché dove sta bene un cittadino sta bene anche una impresa. Questo è il concetto.
Un'ora di lavoro stabile non può costare meno di un'ora di lavoro precario. Parlare di lavoro vuol dire parlare anche di regole e di nuovo patto sociale. Nell’ultima Assemblea abbiamo detto parole chiare sull’unificazione de diritti al lavoro a partire dal dato di fondo che sta in poche parole: un’ora di lavoro stabile non può costare meno di un’ora di lavoro precario. Questa è una riforma su cui ci impegniamo secondo una strada in grado comunque di garantire una riduzione del costo medio del lavoro per l’azienda. Avanziamo proposte anche per l’indennità di disoccupazione e per la riforma degli ammortizzatori che si è persa totalmente nella nebbia. Lanciamo qui un allarme sulla questione degli ammortizzatori a fronte di una crisi che si aggrava. Dopo i tagli alle Regioni, con l’anno prossimo, chi ci metterà i soldi? Come risponde il Governo? Vogliamo ancora portarli via dagli investimenti, cioè dal lavoro, e magari ancora dagli investimenti al sud?

Un nuovo patto sociale, senza dividere i lavoratori. Sappiamo bene che davanti alla globalizzazione ci vuole un nuovo patto sociale. Lo vogliamo anche noi. Ma vogliamo forse farlo dividendo i lavoratori fra chi avrebbe la testa nell’800 e chi nel 2000, fra chi capisce la globalizzazione e chi no? Siamo tutti oltre il 2000 e il cervello ce l’abbiamo tutti. Il più grande risultato della destra e il più grande danno al Paese è stata la divisione del lavoro. Riconquistare l’unità del lavoro è una esigenza nazionale. Un Governo tradisce il Paese se lavora per la divisione. C’è molta tensione in giro. Se un Governo accende i fuochi, chi li spegnerà?

Gli accordi contrattuali devono essere esigibili. E’ giusto e tutti devono riconoscerlo. Ma perché sia così bisogna regolare la partecipazione dei lavoratori, regolare rappresentanza, rappresentatività e validazione degli accordi. Cerchiamo insomma nuovi strumenti di protagonismo e di partecipazione dei lavoratori come strada per la ricomposizione del mondo del lavoro e facciamo da sponda con una legislazione che sostenga questi meccanismi e aggiorni il quadro dei diritti comuni dei lavoratori. Solo un nuovo equilibrio fra legislazione e negoziazione può permetterci di reggere gli effetti della globalizzazione sulle condizioni di lavoro. La contrattazione da sola non basterà.
Caro Tremonti la 626 non è un lusso! No alla mistica meno Stato più società. E teniamo ferme in particolare le normative sulla sicurezza così come ci ammonisce la tragedia di ieri. Altro che “il lusso della 626.” Caro Tremonti! E il Governo per favore, caro Sacconi, non ci proponga la mistica del meno Stato più Società: uno slogan che può servire a tanti usi buoni e cattivi, compreso quello di oscurare i diritti, compreso quello di dividere e frantumare di più un Paese già diviso. No. Stato e Società si devono dare la mano. Diritti, partecipazione e sussidiarietà si devono dare la mano. Solo così si tiene assieme un paese.Il risveglio italiano come ho detto è fatto di lavoro ed è fatto di riscossa civica. Legalità, onestà, regole, fedeltà ai grandi principi costituzionali. Legalità vuol dire prima di tutto lotta alle mafie. I nostri eroi sono Falcone e Borsellino, sono Vassallo.

Gli eroi degli altri non ci piacciono. Pretendiamo verità e giustizia in tutte le zone d’ombra che pesano da anni sulla coscienza del Paese. Vogliamo salutare e incoraggiare i risultati delle forze dell’ordine, della magistratura che spesso il Ministro dimentica di ricordare e rafforzare i loro strumenti e non ridurli come si è cercato di fare con la legge sulle intercettazioni che l’opposizione ha stoppato. Vogliamo diffondere una cultura della legalità sostenendo le organizzazioni civiche e l’iniziativa dei Giovani Democratici che saluto qui e che sono impegnati in un rafforzamento organizzativo che sosterremo. Legalità significa lotta alla corruzione. Ci impegniamo a cancellare tutte le leggi che hanno favorite la corruzione e le cricche. Leggi sulla protezione civile, sull’ambiente, sulla cultura, sugli appalti pubblici. Ci impegniamo per una riforma della giustizia fatta per i cittadini e non per uno solo. Le proposte avanzate nella nostra ultima Assemblea sul processo civile, i tempi e la garanzia del processo penale, l’organizzazione della giustizia vanno nel senso di migliorare un servizio che oggi funziona male per tutti i cittadini. Ci impegniamo per una legge contro le posizioni dominanti sulla comunicazione. Faremo vivere la proposta già avanzata per fare della RAI un’azienda libera, fuori dalla vergognosa sudditanza di oggi. Ci impegniamo a sostenere le norme che abbiamo già presentato sul conflitto d’interessi. Ci impegniamo a parametrare i costi della politica a quelli dei Paesi europei. Ci impegniamo per una legge elettorale che dia lo scettro ai cittadini per scegliere i Parlamentari e che sostenga un bipolarismo civile ed europeo non esposto a rischi plebiscitari che ci potrebbero portare in altri continenti. Ci impegniamo a sostenere il nostro progetto di riforme istituzionali e di rafforzamento e semplificazione del sistema parlamentare.

Federalismo delle responsabilità e non delle chiacchiere. Ci impegniamo per un federalismo non delle chiacchiere, non dei decreti mensili con dentro nulla; ad un federalismo delle responsabilità che consenta a chi ce la fa di fare un passo in più e che garantisca uguaglianza nei servizi essenziali per ogni cittadino italiano così che resti chiaro che per noi davanti ad una malattia seria non c’è né emiliano, né calabrese, né marocchino. Ci impegniamo per la libertà della rete e per l’accesso alla rete come grande servizio dei tempi nuovi. Ci impegniamo ad una politica per i consumatori già iniziata e totalmente abbandonata oggi.

Garantire presenza femminile nei luoghi cruciali.
E vogliamo impegnarci sul grande tema dei diritti civili rilanciando in particolare, e lo faremo con la Conferenza delle Donne del PD, la questione femminile. La condizione femminile resta paradigma di tutte le differenze, di tutte le disuguaglianze, di tutte le diversità, un traino culturale fondamentale di tutti i percorsi di uguaglianza dei diritti. A partire dalla Conferenza delle Donne sosterremo una nuova legislazione sulla parità secondo un principio molto semplice: lo stato deve garantirsi che ci sia una presenza femminile nei luoghi cruciali delle decisioni politiche ed economiche. Sosterremo la legge contro l’omofobia. Denunceremo con ancora più forza chi invece di risolvere il problema dell’immigrazione, come toccherebbe ad un Governo, lo coltiva e lo usa per un tornaconto politico. Sull'immigrazione noi non siamo ingenui né buonisti. Sappiamo che per il futuro del Paese è necessario dare una buona regolazione a questo grande fenomeno. Non è giusto che l’inevitabile disagio che accompagna grandi migrazioni si scarichi socialmente sulla parte più debole della popolazione nella sua vita comune, nella struttura delle città, nell’offerta dei servizi. Le fasce di reddito meno disturbate da questo disagio diano il loro contributo, luogo per luogo, a proposito di federalismo fiscale, perché davanti alla pressione dei nuovi poveri non si riducano le prestazioni per i residenti in difficoltà. Si cominci finalmente una politica per l’integrazione, sola chiave per tirare una riga davvero sulle irregolarità e i comportamenti deviati.

Chi nasce in Italia è italiano. E si cominci dai figli degli immigrati. Cinquantamila bambini che nascono ogni anno e che non sono né immigrati né italiani. Vogliamo dire a questi bambini chi sono? Noi glielo diciamo: sono italiani. E infine e più di ogni altra cosa noi ci impegniamo a difendere la nostra Costituzione contro l’offensiva populista e plebiscitaria. Non accetteremo che venga messa nel ripostiglio delle cose vecchie. Quando abbiamo fatto qualcosa di buono in questo paese è perché abbiamo rincorso la nostra Costituzione e ancora dobbiamo rincorrerla perché è più avanti di noi. Ricordiamoci che abbiamo già vinto un referendum contro chi voleva stravolgerla. Se ci proveranno ancora li sconfiggeremo ancora. Pensiamo dunque ad una grande piattaforma di leggi che sostengono una riscossa civica del nostro Paese. Le leggi non sono tutto ma possono aprire la strada a nuovi comportamenti. Basta con i peccati veniali che sono sempre quelli che fai tu o che fanno i tuoi amici. Un peccato è un peccato, un reato è un reato, un imbroglio è un imbroglio, una maleducazione è una maleducazione. E cominciamo da noi Democratici. Noi vogliamo essere gente perbene perché vogliamo che l’Italia sia un Paese perbene.

Cari amici e compagni,
queste nostre idee ci guideranno oggi per l’opposizione e domani per il governo del Paese. Vogliamo discuterle non solo dentro la politica ma con ogni forza viva della società. Vogliamo discutere le idee di chiunque sia preoccupato per la realtà e le prospettive dell’Italia così come abbiamo fatto nei giorni scorsi sull’importante documento della Conferenza Episcopale Italiana in preparazione della Settimana Sociale.

Nuovo Ulivo per alleanza affidabile. E vogliamo discutere queste idee con le forze di centrosinistra disposte a stringere con noi un patto che abbiamo voluto chiamare Nuovo Ulivo. Nuovo Ulivo per dire che meccanismi di alleanza non affidabili come l’Unione non li vogliamo più. Non voglio più Governi che disfano al mattino quello che hanno fatto la sera prima. Chi ci sta si vincola ad un progetto comune e ad un accordo politico e offre la disponibilità ad un percorso che aiuti la riorganizzazione di un centrosinistra di governo. Chi ci sta conviene sulla centralità dell’Europa, su una comune piattaforma europea che stiamo discutendo con tutte le forze progressiste d’Europa per un rilancio della dimensione federale europea e per nuove politiche di intervento sul lavoro e sulla crescita. Chi ci sta conviene con noi che non potranno essere i partiti soli a interpretare il risveglio italiano. I nostri Partiti devono mettersi all’aria aperta, al servizio di un movimento in cui vivono il protagonismo e la speranza di tanti. Nei tempi nuovi e con un progetto nuovo deve tuttavia suonare ancora una canzone popolare. Questo intendiamo.
Noi vogliamo che a partire dal Nuovo Ulivo si cerchino le condizioni, se esistono, per un patto di governo con le altre forze dell’opposizione parlamentare. Vogliamo che a partire dal Nuovo Ulivo si cerchino le condizioni per discutere con tutti, con tutti quelli disponibili, fuori e dentro il Parlamento, di regole del gioco, di riforma delle istituzioni di difesa della Costituzione. La democrazia non è solo affare nostro. Bisogna che tutti se ne preoccupino. Questo intendiamo parlando di alleanza per la democrazia. A chi critica plebiscitarismo Berlusconi chiediamo coerenza e concretezza. Ci si sta scontrando aspramente nel centrodestra. Una parte della destra sembra cercare una prospettiva più europea e costituzionale mettendo a critica le piegature plebiscitarie di Berlusconi. Se è così chiediamo coerenza e concretezza a cominciare dal rifiuto di ogni norma che discrimini i cittadini davanti alla giustizia.
Con questa chiara impostazione e quindi sapendo bene quello che vogliamo e qual è la nostra ricetta noi affrontiamo i problemi e le opportunità di questa fase convulsa. Una fase politica di cui non possiamo conoscere la durata ma di fronte alla quale dovremo mostrare combattività e tenuta.

Crisi conclamata del centrodestra. Si rimettano al Presidente della Repubblica e alle Camere.
Noi siamo di fronte ad una crisi politica conclamata del centrodestra che non è in condizione di garantire al Paese qualcosa che assomigli ad un governo vero. Dopo che il Partito del predellino si è ribaltato alla prima curva cercano ancora di promettere al Paese una stabilità che non può esserci, una governabilità che non può esserci, tutti lo sanno. E tutti sanno che il Paese ha problemi molto seri. Vengano in Parlamento e riconoscano la crisi politica e si rimettano al Presidente della Repubblica e alle Camere. Così indica la nostra Costituzione e fin che non avremo la Costituzione di Arcore devono rispettare questa sulla quale hanno giurato.

Disponibili a un breve governo di transizione per la nuova legge elettorale e poi al voto.
Se tutto ciò avvenisse, noi abbiamo già chiarito quale sarebbe la nostra disponibilità. Un breve Governo di transizione con al primo punto una legge elettorale nuova che metta in condizione di sicurezza democratica le prospettive del Paese. Devo ripeterlo ancora: una legge che ti consente di nominare i parlamentari e magari con un 30-35% di voti poter decidere tutto è diventata una minaccia vera all’equilibrio dei poteri previsto dalla nostra Costituzione. Dunque un breve Governo di transizione e poi andare a votare confrontando nuovi e più chiari progetti politici. Loro dicono di no. In questi giorni stanno mettendo su un nuovo registro. Dopo tante esibizioni muscolari e parole tonanti i nostri Rodomonti vogliono traccheggiare. Vogliono far battere la palla non sapendo bene dove tirarla. Partono campagne acquisti. Si cercano parlamentari collaborazionisti promettendo la rinomina. Chi ha abbaiato padanamente in questi giorni si prepara a non mordere. Diciamolo chiaro: da PDL e Lega una commedia vergognosa. Siamo nella crisi economica e sociale più acuta dal dopoguerra. Le risposte che non sono venute fin qui come mai potranno venire da qui in avanti?

Noi siamo pronti, sono loro ad aver paura delle elezioni. Sia chiaro: se nei prossimi mesi avanzerà l’irresponsabile traccheggiamento di un governicchio si aspettino da noi una opposizione durissima per ogni ora di ogni giorno a venire. Avevano tirato fuori le elezioni anticipate, poi se le sono rimesse in tasca. Vedrete che al primo inciampo faranno di nuovo la faccia truce, minacceranno il voto, diranno che ci stritolano e che noi abbiamo paura. Ma se abbiamo così paura noi perché ve le siete rimesse in tasca voi le elezioni? Quando ci saranno le elezioni anticipate (perché tre anni sono troppo lunghi, ognuno lo vede), noi comunque saremo pronti perché quelle elezioni avranno un padre e una madre: Berlusconi e la sua crisi, Berlusconi che fallisce nonostante la sua maggioranza galattica, i suoi miracoli, i trombettieri al seguito e i fedeli scudieri.

La lega prima di tutto. La Lega, quella della spada che non conosce fodero; quella che fa da sottovaso al Cavaliere, che sta vicino vicino allo zio per prenderne l’eredità e non vuole badanti di mezzo. Che cosa ha fatto la Lega dei suoi valori e delle sue promesse? I Comuni stanno forse meglio da quando a Roma governano i federalisti del week end? E i famosi territori che cosa hanno visto di nuovo oltre alle ronde che si sono perse anche loro nel bosco? Hanno inventato forse qualcosa di paragonabile a quel che hanno inventato le nostre culture: gli asili nido, le scuole dell’infanzia, i servizi per gli anziani, le aree artigianali, l’urbanistica, tutto abbiamo inventato. Loro nulla; e la moralità pubblica, cari leghisti e l’impronta popolare di cui vi vantate che fine hanno fatto? Non ci sarebbe stata nessuna legge ad personam se non ci foste stati voi a votarla. Vi ho già detto: per favore non parlateci più di Roma ladrona se siete lì a tenere il sacco a quattro ladroni di Roma. Noi con voi non abbiamo mai fatto gli snob. Vi parliamo chiaro e semplice, così come fa la nostra e la vostra gente. Vi chiediamo che cosa fate lì, che cosa ci state a fare con il miliardario?

Attenzione: uno che va troppo ad Arcore può lasciarci la canottiera! Argomenti ne abbiamo a bizzeffe per combattere e anche per divertirci un po’. Noi dobbiamo solo raccogliere tutte le nostre forze e metterle in campo. Le forze del centrosinistra, innanzitutto, alle quali avanziamo l’idea del Nuovo Ulivo. Adesso ognuno è di fronte alle sue responsabilità. Finiamola col gioco per cui per far vedere quanto uno è contro Berlusconi se la prende con il PD. Noi siamo rispettosi di tutti, noi vogliamo una coalizione univoca e coesa e siamo pronti a discutere con la coalizione tutti i percorsi comprese ovviamente, in caso di elezioni, le primarie. Le abbiamo inventate noi e quindi nessuno può tirarci per la giacca. Prima il comune progetto fondamentale, poi le persone: questo è il nostro metodo, perché il problema dell’Italia (dovremmo averlo già visto!) non lo risolve una persona sola. Dobbiamo comunque sapere cari amici e compagni, che grande parte della prospettiva dell’alternativa sta sulle nostre spalle. Noi, prima di ogni altro, abbiamo un dovere verso il futuro del Paese. C’è tanta gente che ha bisogno di noi. C’è l’Italia che ha bisogno di noi.

PD: siamo un collettivo, non tiriamoci la palla in casa. Non possiamo più guardarci la punta delle scarpe. Abbiamo scelto di non essere un partito personale perché non crediamo ad una democrazia personale. Noi siamo un collettivo e ognuno di noi in ogni luogo deve caricarsi della sua responsabilità, sapere che maneggia una proprietà indivisa. Non accetterò che ci si tiri la palla in casa, se la palla è di là nel loro campo. In questo futuro prossimo, nel futuro che abbiamo qui davanti la gente avrà bisogno di percepire la solidità, l’unità e la forza di chi governerà il Paese. Noi siamo un bel Partito, di donne e uomini liberi che discutono e partecipano; abbiamo con noi tanta gente generosa e onesta che condivide gli ideali e che ha nella testa e nel cuore la voglia di una Italia migliore, più civile, più giusta. Noi siamo ben più forti delle nostre debolezze. Questo siamo noi. Non ci faremo leggere al di sotto di quel che siamo. E c’è un solo modo per esserne sicuri, per rafforzare l’unità, per sentirci una grande squadra: muoversi assieme, combattere assieme, rimboccarsi le maniche tutti assieme. Mentre lavoriamo per il progetto, noi ci muoveremo. Voglio per l’autunno una grande mobilitazione che coinvolga oltre ai nostri militanti e ai nostri circoli tanti e tanti dei tre milioni di cittadini che hanno partecipato un anno fa alle primarie. Chiedo a tutti un aiuto per trasformare la rabbia, l’insofferenza e l’impazienza che sentiamo intorno a noi in energia positiva. Chiedo a tutti un aiuto per metterci a faccia a faccia con gli italiani bussando e ascoltando. Ho finito, cari amici e compagni. Dobbiamo suonare le nostre campane, tenere il passo di un lavoro non semplice, forse non breve ma appassionante e decisivo. Tutti assieme, compagni e amici, con intelligenza, con convinzione, con entusiasmo, con passione rimbocchiamoci le maniche e prepariamo giorni migliori per l’Italia.