SEMINARIO PD

Per scaricare i documenti del Seminario Programmadico di Suzzara del 2011 CLICCA QUI:  
DOCUMENTI 3° SEMINARIO PD - 2011



SEMINARIO PROVINCIALE PARTITO DEMOCRATICO DI MANTOVA 
Suzzara, Parco La Quercia 11.12.13 novembre 2011

Indice 
  • Introduzione Massimiliano Fontana Segretario Provinciale PD Mantova
  • Costruire la città dell’Uomo. Spunti per una riflessione contributo di Luca Odini
  • Generatori di Futuro. Verso gli Stati Generali della Cultura. relazione di Vanni Marchetti
  • documento finale gruppo “Saperi&Istruzione”
  • documento finale gruppo “Lavoro&Welfare”
  • documento finale gruppo “Economia&Ambiente”


 IN BUONE MANI 
Le buone pratiche di governo del PD mantovano
Intervento introduttivo per Segretario provinciale Massimiliano Fontana
Care Democratiche, Cari Democratici, il nostro 3° Seminario programmatico provinciale si è intrecciato con un momento storico per il nostro Paese. Siamo infatti ad un incrocio stra-ordinario della vita pubblica del nostro Paese. Arrivano nelle nostre case le immagini di un governo nuovo, che si presenta con uno stile che pensavamo scomparso. Improntato cioè all'idea che il modo di vivere e di fare la politica non è (solo) schiamazzo, colpo ad effetto, luci e colori da discoteca. Persino i volti, come avete notato, non concedono nulla allo stile da "sempiterne belle", come canta Guccini. Inutile dirvi quanto senta mio questo accostarsi alla politica, ai partiti e alle istituzioni. Un governo del Presidente, al quale affidiamo il nostro sostegno senza un impegno diretto. Allo stesso tempo viviamo l'angoscia di una Nazione che, al di là delle parole di circostanza sui buoni fondamentali italiani, si è scoperta davvero in crisi. Viene in mente Dorian Gray...non vi pare? Si, questo Paese ha bisogno di risvegliarsi e di chiamare a raccolta tutte le energie della propria Storia. E ciascuno deve fare la propria parte, anche nei territori. Abbiamo bisogno di tornare a pensare. Tornare ad essere curiosi del futuro, promuovendo quindi innovazione e riformemettendo finalmente al centro la Persona. I tanti movimenti di queste settimane nel Partito ci dicono che una nuova generazione c'è ed è in campo. Una nuova generazione, in molti casi la nostra generazione. Ecco, concedetemi questa lettura delle cose. Alla mia generazione chiedo di non tormentarsi sull'idea di una sfida al vecchio, né di immaginare intimamente quei momenti come l'occasione per stabilire una possibile postazione di potere. Non faremmo nulla di diverso da quei "vecchi" che si intende contestare. Questa fase storica ci porta invece a dire che potremmo assistere ad una scomposizione del quadro culturale e, quindi, di quello politico così come lo abbiamo conosciuto. Allora la sfida, come si intuisce, è altra e alta. Concorrere, cioè, a formare su basi nuove questa nostra società, contribuire a riorganizzare quello che in essa si muove. Far vivere la Politica. Sono personalmente convinto che questo tempo sia quello della definitiva dissoluzione delle macerie del Muro che tanto hanno condizionato il nostro Paese, il più' esposto su quel versante nell'intera Europa. Ecco perché, se si ha coraggio e pensiero, la mia e nostra generazione può dire qualcosa in un momento cosi difficile. Dopo la lunga fase elettorale di questi anni, pur non mancando appuntamenti elettorale significativi, inizia un tempo nuovo anche per il PD mantovano, rinnovando il nostro impegno in termini di partecipazione, idee, persone. Grazie per l'impegno e la passione che voi tutti cimettete. Buon lavoro a ciascuno di voi!
Massimiliano Fontana Segretario Provinciale PD Mantova

«Costruire la città dell’uomo» Spunti per una riflessione
Relazione di Luca Odini
Mi piace iniziare questo intervento non tanto affermando qualcosa ma ponendomi insieme a voi delle domande. Tutti noi siamo qui perché condividiamo il nostro impegno politico nel Partito Democratico e tutti noi in un modo o nell’altro siamo o ci sentiamo impegnati in prima linea in questo progetto. Ora insieme a voi mi chiedo, abbiamo chiaro in mente dove stiamo andando? Sappiamo che percorso stiamo facendo? Sappiamo per chi e per cosa ci stiamo battendo? Sappiamo cosa stiamo costruendo? Molti tra voi avranno delle responsabilità di carattere amministrativo e con buona ragione potranno ricordarmi tutte le gravi emergenze che quotidianamente si trovano a dover affrontare con un’enorme scarsità di risorse. Ognuno può pensare alla sua realtà, alle povertà personali o collettive della provincia in cui si trova a vivere e sono consapevole che è così la situazione, non me ne sto dimenticando. Ma ancora una volta le domande: perché siamo qui oggi? Cosa ci aspettiamo? Dove vogliamo arrivare? Perdonate l’insistenza nel porre questi interrogativi ma ciò nasce dal fatto che sono fermamente convinto che le contingenze che ho richiamato prima siano a tutti gli effetti da considerare come contingenze a cui però siamo chiamati a dare tutta l’attenzione e auspicabilmente le risposte pratiche e amministrative ma non solo. Proviamo ad immaginare solo un momento l’ipotesi che queste nebbie si fossero per un attimo diradate: non avremmo forse gli stessi problemi? Avremmo in mente la meta da raggiungere e il sentiero da percorrere? Se non sappiamo dare delle risposte a queste domande, pur di carattere generale che potrebbero occuparci per giornate e giornate di discussione, dovremmo porci ulteriori domande ben più serie. Cercherò quindi di dare il mio contributo nel campo che mi è proprio sperando che possa almeno aiutare a disegnare una cornice di senso entro il quale collocare o ripensare la nostra azione politica. Nello scenario attuale mi pare infatti che anche chi per “professione” si occupa di cose di questo tipo abbia tremende e pesanti responsabilità per troppe omissioni e silenzi. Il primo punto che mi pare fondamentale perché possiamo impostare correttamente il nostro lavoro è quello di tornare a dare il giusto valore alle cose ma soprattutto chiamarle con il loro nome. Una  sorta di pulizia lessicale che ci può anche aiutare, analizzando i temi che man mano  affronteremo, ad individuare meglio i problemi e a chiamarli con il loro nome, identificandone in tal modo matrice e radice e potendo così individuare possibili soluzioni. Il mio intervento toccherà in maniera sommaria, giusto come spunto per le riflessioni e per le giornate che verranno, tre punti: Ricostruire la città dell’uomo: ovvero il senso della politica. La ricerca e l’esigenza di un nuovo umanesimo. Mattoni per la ricostruzione, ovvero spunti operativi.
 Ricostruire la città dell’uomo: ovvero il senso della politica Il primo punto può sembrare banale, scontato, ma come accennavo prima in momenti come questi di disorientamento e di emergenza è veramente fin troppo facile smarrire quello sguardo un po’ più lungo che invece ci sarebbe richiesto. Perché se il nostro impegno politico oggi non fosse già proiettato alle generazioni che verranno e non semplicemente appiattito al momento presente risulterebbe sicuramente un’azione fallimentare, o meglio la nostra azione si ridurrebbe ad essere (senza nulla togliere ovviamente) solamente di carattere tecnico-amministrativo. Il nostro agire politico, se non avessimo una risposta o l’ambizione di ridisegnare cornici di senso all’interno del quale collocare il nostro essere persona, società, nazione etc. sarebbe fallimentare. Il prof. Lazzati, amava sostituire o forse meglio specificare, al termine che riteneva (già allora) scaduto nel suo valore espressivo di fare politica, l’espressione «costruire la città dell’uomo a misura d’uomo». Usiamolo anche noi per un momento. Dire che dobbiamo anche noi darci da fare per costruire la città dell’uomo a misura dell’uomo significa, prima di tutto, che stiamo ponendo la persona al centro. Vi faccio un piccolo esempio che può essere significativo soprattutto in giornate come quelle che stiamo vivendo, per farvi capire a quali conseguenze può arrivare il nostro pensiero e la nostra affermazione. Racconta Lazzati che «In Parlamento, subito dopo la guerra, in un momento duro per l’economia italiana, Einaudi, il primo Presidente della Repubblica, uomo di cui ho un grande rispetto, uomo di una grande rettitudine, rappresentante di una concezione liberale e del liberismo economico disse: “una economia sana deve accettare una misura di disoccupazione”. Ci fu un omino che, balzando in piedi gridò: “onorevole non dica sciocchezze!”. Quell’omino era Giorgio La Pira. L’affermazione di Einaudi, infatti, era la conseguenza di un principio inaccettabile, perché se l’economia ha come fine assoluto unicamente il profitto è fatale che ad esso si sacrifichi l’uomo». Vi ho raccontato questo episodio per rendere esplicito come in realtà l’affermazione che abbiamo fatto sia veramente carica e gravida di conseguenze a volte non sempre così accomodanti o semplici da accettare. Affermare questo ha due risvolti che affronteremo subito: uno di carattere se volete più filosofico, antropologico, metafisico e un secondo di carattere più storico pragmatico. Ecco dunque che siamo arrivati a trattare il secondo dei punti, conseguenza del nostro impegnarci nell’azione politica.
Ricerca ed esigenza di un nuovo umanesimo Che uomo immaginiamo? per chi stiamo costruendo questa città? Guardate vi potrà sembrare di primo acchito una semplice astrusità culturale ma non è semplicemente così. Non è così prima di tutto perché se non espliciteremo noi questo passaggio corriamo il rischio che altri lo facciano per noi e, in qualche modo, ci ingannino facendoci mancare il bersaglio. In secondo luogo, se non vogliamo ridurre il nostro agire ad un pragmatismo del fare, che alla fin fine ci rende quasi tutti uguali o ci fa misurare a seconda del chi è più o meno operativo o affascinante, il sentiero obbligato è quello di chiarire, ridefinire e tematizzare nuovamente queste premesse antropologiche e culturali. Questo non significa fissarsi in aridi schematismi ma significa accettare che le nostre idee, i nostri principi, i nostri ideali, quelli per cui i nostri nonni si sono battuti e per cui ci stiamo battendo anche noi, trovino il giusto modo di declinarsi nella storia dell’uomo d’oggi. Infinito sarebbe il discorso che potremmo intavolare per discutere insieme di questa visione antropologica che possa stare alla base di un comune sentire per chi intuisce che la sua corretta dimora politica possa essere quella di appartenere ad un grande movimento riformista come il nostro. Mi limito a dare un unico spunto, con alcune possibili sfaccettature che ci possono far capire come sia essenziale per noi chiarirci le idee su questo, anche per cogliere l’invito, che condivido, di A.Reichlin (ne Il midollo del leone) affinchè la sinistra e le forze riformiste del nostro paese siano capaci di farsi portabandiera di un nuovo umanesimo. Spesso nel nostro fare politica ho, anzi abbiamo, invocato spesso il termine “Persona”. Molto spesso viene rivendicato come riferimento di un’area cattolica del nostro partito e, devo dire la verità, con buona ragione come tra poco vi racconterò. A volte però, ho l’impressione che usiamo parole senza aver ben chiaro cosa stiamo dicendo e quali siano le conseguenze che queste portano con se. Sapete che il termine Persona, a parte l’etimologia, ha avuto una vera e propria elaborazione e concettualizzazione in ambito cristiano a partire, per citarne uno tra i tanti, da Tertulliano che ne definisce così le ipostasi trinitarie ma possiamo citare tranquillamente anche Gregorio Nazianzeno e Giovanni Damasceno. E senza timore di smentita affermare che questo concetto costituì una sorta di “fil rouge” tale per cui si potrebbe spaziare dalla definizione di Boezio (persona est naturae rationali individua substantia, in De duabus naturis et una persona Christi, c. 3, PL 64, 1345) passando attraverso Alano di Lilla e Tommaso d’Aquino (“Persona significa ciò che è il più perfetto nell’intera natura, cioè la sostanza in una natura razionale”, Persona significat id quod est perfectissimum in tota natura, scilicet substantia in natura rationali, S. Th., I, q. 28, a. 3, precisando ulteriormente: “Tutto ciò che di razionale ed intellettuale esiste in una natura è persona”, Omne subsistens in natura rationali vel intellectuali est persona, Cont. Gent., IV, c. 35) fino ad arrivare con un notevole salto temporale (che non corrisponde però ad un vuoto concettuale e di speculazione) al personalismo di Maritain, Mounier, Buber, Levinas, Pareyson in Italia... a cui guarda caso il gruppo di Fanfani, Lazzati, La Pira, Dossetti detto dei “professorini” faceva riferimento, per osare estenderci alle contemporanee sintesi fenomenologico-personaliste di Melchiorre. Sicuramente la pennellata parziale che ho cercato di rappresentare, per mostrare la complessità e la ricchezza che questo termine mostra, merita un brevissimo approfondimento sulla particolare  congiuntura storica per cui il “movimento” del personalismo o le “filosofie della persona” ripresero con vigore questi studi: a cavallo tra le due grandi guerre. Quasi sicuramente questi uomini di pensiero cercarono di dare una risposta ad una crisi che ancor prima che economica e politica (crollo di Wall Street e indebolimento delle istituzioni democratiche) fu soprattutto di carattere filosofico, antropologico e “spirituale”/morale. Mounier stesso in Rivoluzione personalista e comunitaria, opera del 1935, indica come la via necessaria da percorrere per uscire dalla crisi fosse quella di ripartire proprio dalla persona per tentare di rifondare la tradizione umanistica europea. Ebbene la sintesi assolutamente parziale che qui vi faccio è quella che tutta la tradizione che ha elaborato questo termine e di cui, ripeto giustamente, ne rivendica una paternità dai padri della chiesa ai filosofi contemporanei, arriva a definire l’uomo come relazione, come asse coscienziale, come geometrale conoscitivo. Lo so, perdonatemi, sono parole astruse che a volte rischiano di essere complicate ma proprio per uscire dalla teoria vi esplicito tre conseguenze di questa definizione che potremmo riprendere in infiniti modi. La prima conseguenza: l’essere e il costituirsi ontologico della persona stessa come relazione implica che ci si debba sforzare di combattere visioni individualiste e che vada tematizzato e ripensato un nuovo equilibrio tra libertà e dignità individuale e comunità. Già, perché se è vero che la persona si costituisce all’interno delle relazioni comunitarie, allora va combattuto tutto ciò che cerca di isolarlo e alienarlo da questa prospettiva. Ditemi se questa non può essere una vera e sana definizione di riformismo. Tutti dicono persona dunque ma.... è quando ci si muove poi che si vedono i cuori. Se ci diciamo che la persona è al centro del nostro agire e del nostro pensare politico e poi pretendiamo di essere noi e solo noi i custodi di una verità dogmatica o morale che sia... forse abbiamo travisato un po’ questo concetto. Se riportiamo il termine persona per accampare pretese confessionali o posizioni strumentali...forse abbiamo nuovamente frainteso e minato alla radice questo termine. Se non siamo disponibili a fare spazio all’altro, soprattutto a chi è diverso da noi, qualunque esso sia e ad accoglierlo come sorgente di senso anche per la nostra identità e per la nostra stessa cultura... non usiamo il termine persona... diciamo per favore altro. La seconda conseguenza: definire la persona come relazione significa individuare un terreno condiviso per cui riusciamo a costruire un lessico veramente umano che possa essere considerato universale perché portatore di valori largamente condivisi che riconosca e rispetti il valore dell’altra persona in quanto tale, perché portatrice di senso e di valore non solo per sé stesso ma per tutta la comunità. L’identità sia nostra come singoli che come comunità e come popolo si è costituita e si costruisce sempre e comunque con l’incontro, il confronto e la relazione con l’altro. Come esseri umani non possiamo mai dirci o ritenerci estranei gli uni agli altri e quindi abbiamo il dovere dell’ascolto e del rispetto reciproco come minimo. Tra le altre cose questo dovrebbe portarci ad individuare nell’ambiente che tutti abitiamo la comune casa, che non può semplicemente essere sfruttata per scopi economici ma che va amata, condivisa e in futuro consegnata alle generazioni che verranno. Guardate bene, questo non significa banalmente rispettare la natura o lasciare che questa faccia da sola, ma significa curarla, farsene carico nel senso buono del termine, con la consapevolezza che prima o poi dovrà essere ri-consegnata. Questo discorso si può ampliare, però a tutto ciò che ci ha resi e ci rende persone e quindi una cultura, una tradizione, una storia, una  memoria, consapevoli che di questa bisogna farne tesoro per non ripetere gli stessi errori e per cogliere le sfide che il futuro ci porta: per valorizzare quello che ci è altro anche con la maiuscola, che sia la fede in un Dio, che sia il valore della bellezza, della cultura etc... La terza: definire la persona come relazione significa riportare l’attenzione su un orizzonte temporale. Significa ridare valore al tempo, a quello passato, presente e futuro, non solo come ciclo storico ma anche come età stesse della vita. Significa allora che va valorizzata e non dimenticata la nostra storia, che va vissuto pienamente il presente ma anche che bisogna avere il coraggio di sognare un futuro migliore. Questo tradotto nella vita quotidiana implica valorizzare tutti i passaggi e i momenti della vita favorendone le peculiarità e riducendo al minimo i disagi che naturalmente il passare degli anni porta con se. Dall’infanzia alla vecchiaia dunque, ogni età con la sua ricchezza: appiattirle significa fare un torto a tutti.
Mattoni per la ricostruzione, ovvero spunti operativi Mi avvio dunque verso la parte conclusiva del mio intervento che, come avevo accennato, provoca l’idea dei mattoni per la ricostruzione. Perché l’idea del «costruire la città dell’uomo» implica che questo lavoro si debba fare insieme. Ma insieme con chi? La risposta e la provocazione che mi sento di dare è quella di costruirla insieme a chi ha qualcosa da dire, a chi propone contributi, a chi propone visione, progetto, intuizione politica e sociale. A chi quotidianamente si impegna sul territorio. Mi ha impressionato, agli stati generali della cultura della provincia, sentire che alcune associazioni che svolgono importanti servizi culturali e di aggregazione nel nostro territorio si siano sentite sole nel loro impegno e nel loro sforzo. Questo, credo, non deve avvenire, ma chiunque ha qualcosa da dire o da proporre deve trovare in noi interlocutori attenti, compagni di strada e un contenitore che sia in grado di mettersi al servizio di battaglie comuni che si possano condividere. Guardandoci intorno possiamo vedere come da più parti si stia risvegliando il desiderio di un genuino impegno verso la cosa pubblica e verso un impegno anche più diretto di tanti cittadini sui temi più disparati. Ecco, credo che tutte le voci di chi ha qualcosa da dire in termini di contenuti e di novità, in termini di sentieri e percorsi nuovi che si possono sperimentare, debba trovare nel Partito Democratico un luogo ospitale dove sentirsi a casa per mettersi al servizio di tutti. Se riusciremo ad essere coraggiosi nel proporre un orizzonte di senso che possa ambire ad essere un punto di riferimento per il nostro percorso politico, allora riusciremo veramente ad essere forza aggregante su temi e problemi; questa credo possa essere e debba essere la sintesi delle infinite sensibilità che potremo incontrare. Diversamente le sensibilità diverse svilirebbero i vari contenuti di cui vogliono essere portatori e si ridurrebbero ad essere ricerca di una forza di pressione sterile e inutile che rischia di ingessare le nostre dinamiche. Permettetemi di affermarlo, questo è ancora più vero in particolare per i cristiani. Mi pare assolutamente triste e svilente percepire che è ancora viva la tentazione della paura che si esplicita in una ricerca di costruzione di identità per esclusione, negazione o contrapposizione verso l’altro. Questo mi pare tanto più vivo e tanto pericoloso soprattutto se emerge da ambiti o settori ecclesiali che dovrebbero invece mostrarci la fiducia e la speranza nell’altro o nel futuro. Tertulliano che prima citavo, è lui stesso a dirci che l’identità cristiana si costruisce, anzi presuppone un’identità umana, non viceversa. L’essere cristiani e il condividere questa fede è semplicemente un modo di vivere la vicenda umana in compagnia degli altri. Agostino in questo senso ammonisce soprattutto noi cristiani e ci ricorda che: «Molti che sono fuori, in realtà sono dentro, e molti che sono dentro, in realtà sono fuori». Dicevo, concludendo davvero, che in tutto questo tentativo di ritornare ad aprirci e costruire nuovamente relazioni di fiducia e rispetto nella società viva e a farci prossimi particolarmente con gli ultimi, non dobbiamo rinunciare ad essere coraggiosi nel proporre ideali e orizzonti di senso e allo stesso tempo umili nei confronti di chi stiamo ascoltando e di chi vogliamo rappresentare. Coraggio dunque e umiltà nella costruzione di questo progetto per la città dell’uomo non devono mancare. Semplicemente perché se mancassimo in questo non riusciremmo a dare un segnale di fiducia e di speranza alle generazioni che verranno e che giustamente ci chiederanno ragione di quanto abbiamo fatto e di quello che abbiamo lasciato. Scrisse Paolo Giuntella: «Se vuoi, la speranza è la risposta alla disperazione, la risposta al senso del limite, della finitezza, è, come dire, una pretesa della ragione di cercare di intuire il senso della vita oltre l’insensatezza apparente, la ricerca del sentiero per dare una spiegazione al desiderio e ai momenti di felicità, di gioia, all’amore, all’amicizia, alla solidarietà, di riconoscere l’esigenza insopprimibile di un oltre, di un Altro, l’istinto, dell’eterno, del divino, dell’infinito» Se volete il nostro impegno e il nostro essere qui oggi può e deve diventare la testimonianza che lo stare insieme nell’impegno per gli altri e per la comunità è una via, anzi forse la via maestra per cercare insieme a chi ci sta accanto, di vivere una vita piena ed essere felici.

Generatori di Futuro
Incontro con intellettuali, operatori e protagonisti del mondo culturale mantovano - verso gli Stati Generali della Cultura del Partito Democratico
Relazione introduttiva di Vanni Marchetti
Buonasera e benvenuti,
a nome del Partito Democratico ringrazio per la loro presenza cittadini, intellettuali, operatori, rappresentanti delle istituzioni, delle amministrazioni locali, delle associazioni e delle imprese culturali mantovane che hanno accettato il nostro invito. In particolare rivolgo un saluto a Matteo Orfini, responsabile nazionale cultura del PD e a tutti coloro che da mesi operano nel partito e fuori da esso per fare, dell’incontro sugli Stati Generali della Cultura previsto in dicembre a Roma, un appuntamento che segni una svolta nell’attenzione della politica e del paese al mondo della cultura e del sapere. Saluto infine Paola Cortese e Luca Odini, che insieme a me e al segretario provinciale del partito, Massimiliano Fontana, hanno lavorato alla realizzazione di questo nostro appuntamento provinciale. Sono giorni e mesi molto difficili per l’Italia. Non ci preoccupa solo la situazione economica in cui ci troviamo. Ad essa si aggiungono, sempre più fitte, le umiliazioni che subiamo in Europa e nel mondo. Il problema non è l’ironia di Sarcozy, ma l’evidenza con cui si manifesta oggi l’enorme distanza tra azioni di governo e interesse del paese, tra responsabilità politica e rispetto dei ruoli istituzionali, tra un paese che nel passato contribuiva a guidare i processi politici europei e che oggi, dopo essersi giocato la propria credibilità internazionale, vive in uno stato di sostanziale commissariamento. Pompei continua a crollare e l’Italia non ha dato prova di saper intervenire nemmeno in emergenza per salvaguardare un patrimonio simbolo della civiltà occidentale. La questione sta esattamente qui: come sapremo guardare con serietà, coerenza, coraggio e dignità - all’interno di una crisi europea ed internazionale - al nostro futuro, e come sapremo ricollocarci in Europa e nel mondo. L’Italia è la patria dell’arte, la capitale mondiale della cultura, un museo diffuso: sono espressioni ormai inflazionate che l’assenza di qualsiasi politica di sviluppo e anzi scelte di carattere depressivo stanno facendo diventare luoghi comuni (il bilancio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali è passato in 10 anni da 2.386 a 1.350 milioni di €). Noi abbiamo un’altra idea di paese. Pensiamo cioè che il patrimonio culturale, architettonico e paesaggistico, le azioni di conservazione e valorizzazione dei beni culturali, la produzione culturale contemporanea, la formazione, la produzione di cultura materiale, le nuove frontiere della creatività e della ricerca, le imprese e le industrie culturali e creative costituiscano un grande e unico sistema culturale e produttivo, che proponiamo di chiamare Sistema integrato della cultura, dei saperi e della creatività e che pensiamo dovrà essere uno dei principali ambiti strategici di investimento del paese. D’altra parte non sarebbe comprensibile il contrario, e cioè non considerare le potenzialità insite in un patrimonio sterminato di beni culturali materiali e immateriali; non considerare la visibilità dell’Italia, veicolata dalle grandi personalità della cultura, dell’arte, del design, della moda presenti nei musei, nei teatri e nelle capitali del mondo. Un vero e proprio giacimento petrolifero, di cui siamo tutti consapevoli, sul quale occorre fare un investimento in termini sia economici che politici attraverso un forte piano di riforme. Un giacimento culturale che si consumerà solo se – il caso Pompei ce lo insegna – sarà abbandonato a se stesso. L’Italia oggi è invece su un altro fronte, procede in un’altra direzione: per il governo le istituzioni culturali sono capitoli di spesa, passività, un’amara eredità della nostra storia. Non un settore da riformare in profondità ma da smantellare sistematicamente, anche con strumenti come la tassa sulla benzina, nel tentativo di rompere la solidarietà tra mondo della cultura e opinione pubblica. Noi non siamo per il mantenimento dello status quo e non rivendichiamo maggiori investimenti per la cultura quale unica soluzione per uscire da questa situazione depressiva. Anche da Mantova cerchiamo di dare il nostro piccolo contributo per proporre al paese un autorevole e concreto disegno riformatore. Con questo spirito indichiamo alcuni temi, all’ordine del giorno del dibattito nazionale, che costituiscono una piattaforma perché la discussione sia aperta e sappia coinvolgere l’ampia platea dei soggetti interessati: 1) occorre definire finalmente con chiarezza il ruolo dello Stato, delle Regioni, delle Province e dei Comuni, attribuendo loro competenze, risorse certe e precise modalità di reperimento delle stesse, valorizzando il sistema delle autonomie locali e favorendo nuove forme di sussidiarietà e partecipazione attiva e creativa da parte del mondo dell’economia e dell’impresa alla conservazione, valorizzazione e produzione di cultura; 2) occorre investire nella conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale, architettonico e ambientale, materiale e immateriale, e nella creatività contemporanea. Sono due facce della stessa medaglia. Investendo in conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale, architettonico e ambientale, noi rafforziamo l’identità del nostro paese nel mondo e facciamo crescere l’industria turistica. Investendo nella produzione culturale e nella creatività contemporanea invece proiettiamo l’Italia nella società della conoscenza e dell’innovazione. Il modello conservativo attrae i turisti, quello creativo e produttivo artisti, imprenditori culturali e produttori di conoscenza. Abbiamo bisogno di entrambi: per stare in piedi nell’epoca della globalizzazione e per offrire un futuro al paese attraverso i nostri talenti; 3) occorre mettere ordine al nostro sistema formativo, qualificarlo e agganciarlo alle più alte esperienze europee e non solo: 45 Accademie di Belle Arti, 57 Conservatori, 22 Istituti musicali pareggiati, 4 istituti superiori per le industrie artistiche e numerosissimi corsi universitari sono un grande investimento del nostro paese. Un investimento che stiamo disperdendo. Ed in assenza di sbocchi professionali qualificati il sistema si autoalimenta e si atomizza, producendo sempre più false aspettative nelle giovani generazioni; 4) occorre disegnae uno scenario a lunga scadenza e in questo arco di tempo programmare le azioni da compiere. Non ci possono essere vecchi privilegi da difendere ma riforme coraggiose da fare, che rompano incrostazioni clientelari e rendano più dinamico e produttivo il sistema culturale italiano. Non è solo necessario ritagliare più significativi investimenti nei bilanci dello Stato, delle Regioni o degli Enti Locali ma fare uno sforzo in più ridisegnando il federalismo fiscale ed il rapporto tra ente pubblico e impresa. Infine non è solo indispensabile difendere e rilanciare un settore nel quale lavorano ed operano migliaia di persone, spesso con un rapporto di lavoro precario e parziale, ma anzi far entrare nuove professionalità e competenze offrendo punti di riferimento certi che possano essere scelti quali investimenti a lunga scadenza. Noi siamo convinti, come dice Edgar Morin, che la cultura fornisce le conoscenze, i valori, i simboli che orientano le vite umane. E siamo altresì convinti che in quella che viene oggi definita la ‘nuova città dell’uomo’ le conoscenze, i valori e i simboli saranno gli strumenti essenziali per ricostruire quell’idea di comunità solidale cui anche il Partito Democratico mantovano sta lavorando. In una città e in una provincia come la nostra non si può trascendere da una storia e da una vocazione dettata dalla sua unità ambientale, monumentale, civica e storica. La città e l’intera comunità provinciale sono luoghi in cui in questi anni si sono realizzate politiche di coesione e di rete, che hanno rafforzato le nostre istituzioni culturali: i teatri, i musei, le biblioteche, gli archivi e il sistema turistico provinciale. Reti che costituiscono il tessuto di un’offerta culturale principalmente pubblica che ha saputo organizzarsi per qualificare i servizi ai cittadini. Reti che fungono da servizi di prossimità coordinati in sistemi provinciali che ne migliorano l’efficienza e la gestione. Le città di Mantova e Sabbioneta sono patrimonio mondiale dell’umanità. Mantova è stata protagonista di eventi di carattere nazionale ed internazionale che hanno segnato e segnano la vita culturale mantovana: mi riferisco alle grandi mostre, ai festival – a partire dal Festivaletteratura - alle stagioni musicali di Tempo d’Orchestra. Rispetto a ciò in questi anni abbiamo capito alcune cose: che c’è ancora molto da fare per facilitare la conoscenza e l’accesso del pubblico ai nostri beni culturali; che vale la continuità e la coerenza delle proposte culturali piuttosto che la loro saltuaria eccezionalità; che la dimensione di Mantova fa sì che città e provincia siano da intendersi come un unico sistema di accoglienza; che la qualità è contagiosa e viene premiata dal grande pubblico non solo quando si propone l’antico. Il territorio mantovano ha ottenuto un importante riconoscimento da Fondazione Cariplo, che ha deciso di finanziare ben due Distretti Culturali tra i sei sostenuti in Lombardia. Una grande sfida per il nostro territorio, impegnato a sperimentare così un nuovo rapporto tra ente pubblico e istituzione privata, con l’obiettivo di far incontrare cultura e impresa al fine di generare produttività ed economia. Una sfida nuova, che dobbiamo conoscere meglio ma che dobbiamo anche avere il coraggio di far nostra e replicare in altre forme. Il tema quindi del rapporto tra ente pubblico, fondazioni bancarie e imprese emerge oggi per la sua ancora precaria definizione. Così come precaria è la connessione con gli enti formativi, che a Mantova vedono la presenza di due importanti agenzie come l’Università e il Conservatorio. Infine le imprese culturali e le associazioni operanti nel territorio provinciale. Strutture che molto spesso agiscono in regime di sussidiarietà rispetto agli enti locali, che contribuiscono ad arricchire in maniera significativa l’offerta di cultura e di servizi con operatori capaci di muoversi con grande professionalità nei diversi settori della conservazione e valorizzazione di beni culturali e ambientali, delle arti performative, della comunicazione. Conoscenze, valori, simboli. L’indicazione di un ruolo centrale da affidare alla cultura per guardare al futuro del paese non sia intesa come un’idea velleitaria. Così facendo noi siamo e ci sentiamo anzi dentro la nostra storia, perché solo dentro questa storia noi abbiamo la possibilità di essere moderni.

DOCUMENTI FINALI DEL SEMINARIO

Gruppo Saperi&Istruzione
Coordinatore Vanni Marchetti, assessore Cultura e Istruzione di Pegognaga
Il Gruppo Saperi & Istruzione fa propri i documenti sui temi della cultura, dei saperi e della formazione prodotti dal Partito Democratico a livello nazionale e la relazione introduttiva di Vanni Marchetti al Convegno “Generatori di futuro”, organizzato a Mantova dalla Federazione Provinciale del PD il 28 ottobre 2011. In particolare la Relazione, nel contesto di un quadro nazionale assai complesso e bisognoso di un profondo intervento riformatore, pone l’accento su alcune questioni che riguardano il territorio mantovano. Questioni che il gruppo ha ripreso e sviluppato, a partire dal ruolo che dovranno assumere gli enti locali nel quadro di una necessaria e più complessiva riforma istituzionale del paese. In merito a questo specifico tema il gruppo ha fatto riferimento, in termini generali, alle proposte del Partito Democratico sottoposte da Oriano Giovanelli all’Assemblea Provinciale del partito lo scorso 7 ottobre 2011. Il presupposto da cui è partita la nostra discussione è quello che il Partito Democratico e le forze politiche che lo hanno costituito sostengono da tempo, e cioè che i percorsi educativi e formativi, così come l’accesso alla cultura, all’informazione e ai saperi devono rappresentare dei diritti che accompagnano le persone nell’arco di tutta la loro vita. Rispetto alla descrizione del concetto di persona e al suo ruolo per la costruzione della “città dell’uomo” si rimanda all’intervento introduttivo al Seminario di Luca Odini. Uno dei punti salienti è quindi la definizione di precisi ruoli, funzioni e responsabilità istituzionali da attribuire agli enti locali sui temi della cultura e della formazione, nel più ampio quadro di una complessiva riforma istituzionale del paese. Il governo Berlusconi infatti ha scaricato sugli enti locali i tagli effettuati a livello centrale sia nella formazione che nella cultura. Amministrazioni locali, provinciali e regionali si trovano oggi a dover sopperire ai tagli effettuati nel settore scolastico (trasporto e insegnanti di sostegno) e culturale (continue riduzioni del FUS) attraverso la destinazione di risorse che hanno la funzione di garantire l’essenzialità dei servizi in un quadro più complessivo di diminuzione dei trasferimenti dallo Stato agli enti locali e di sempre maggiori rigidità dei loro bilanci. In questo quadro occorre verificare e sperimentare soluzioni alternative, modificando schemi istituzionali e organizzativi che fanno riferimento al passato e ad una condizione molto diversa dall’attuale. Alcune proposte concrete: - in ambito distrettuale, o riunendo territori più vasti, costituzione di tavoli di concertazione tra Amministrazioni Comunali e Scuole per la definizione di Piani di Diritto allo Studio Territoriali, dando vita a forme associate tra i Comuni per la gestione di servizi scolastici (mensa, trasporto, Nidi ecc.). - definizione di un piano provinciale di modernizzazione delle infrastrutture informatiche, con particolare attenzione alle scuole e alle istituzioni culturali - definizione di piani comunali e territoriali dei tempi, per armonizzare gli orari di apertura e di accesso ai servizi culturali con le esigenze dei cittadini (con particolare attenzione alla fascia giovanile e adulta) - valorizzazione del ruolo strategico rappresentato dalle biblioteche quale presidio culturale del territorio. Esse tornano in qualche modo a svolgere una funzione di “centro di cultura e di informazione” e potranno sviluppare, attraverso progetti definiti in ambiti territoriali vasti (i tre sistemi bibliotecari), interventi volti a fornire strumenti e opportunità culturali e formative - avviare un’ampia riflessione sull’Università mantovana: un’istituzione che nasce per volontà degli enti locali non può che cercare, nel rapporto con il territorio, la propria funzione e la propria collocazione. A partire da questo presupposto, il suo valore non può essere quello della “comodità” per gli studenti mantovani, ma va trovata nell’eccellenza della proposta didattica e di ricerca, in settori che possano costituire un investimento per la città e il territorio mantovano. Un’altra questione è quella relativa al considerare o meno i saperi e l’istruzione ambiti di investimento strategici per il paese: se cioè anche attraverso cultura e formazione pensiamo sia possibile promuovere il benessere delle persone. Una domanda alla quale un’istituzione privata, Fondazione Cariplo, ha risposto in modo chiaro, e a Mantova in particolare, costituendo insieme ad istituzioni pubbliche e private 2 Distretti Culturali dei 6 avviati sull’intero territorio lombardo. Un investimento complessivo di circa 9 milioni di € che scommette proprio sulla possibilità che anche attraverso il sostegno a progetti culturali si possa incentivare una parte dello sviluppo economico territoriale. L’obiettivo è quello di mettere in connessione il recupero di beni architettonici con progetti di utilizzo degli stessi che sviluppino relazioni culturali ed economiche con aziende di servizi culturali e di comunicazione, con imprese artigiane e industriali che operano direttamente o indirettamente nell’ambito della produzione culturale, con aziende produttrici di beni di forte caratterizzazione territoriale (a partire da quelli eno-gastronomici). - Riferendoci a questo importante esempio, si propone di dare avvio ad alcuni progetti pilota in diverse zone del territorio provinciale, per coniugare la partecipazione ai tradizionali servizi e attività culturali alla conoscenza e alla commercializzazione delle peculiarità produttive del territorio, a partire da quelle enogastronomiche. - Un altro aspetto di rilievo emerso, nel rapporto tra cultura, competenze e ricaduta economica delle stesse, è quello della conservazione e valorizzazione di competenze “artigianali” che, se ripristinate, possono costituire un importante strumento per la costituzione di filiere produttive territoriali “corte”, in grado di rispondere ad esigenze di economicità e compatibilità ambientale. Il terzo macro tema affrontato è quello delle possibili forme di sussidiarietà per la gestione di servizi culturali ed educativo/formativi. Per noi il presupposto è che lo Stato, le Regioni e gli Enti Locali, per le loro diverse funzioni e responsabilità, hanno il dovere di garantire a tutti i cittadini il pieno diritto ad usufruire di strumenti e servizi educativi e culturali adeguati e di qualità, comparabili a quelli europei e presenti nelle più avanzate civiltà del mondo. Tutto ciò per affermare quindi che non siamo per una difesa ideologica dell’esclusiva gestione pubblica dei servizi culturali ed educativi. Pensiamo anzi che forme di sussidiarietà siano da sperimentare e sostenere, valutando le esperienze realizzate sia a livello nazionale che provinciale. Consideriamo però quale uno dei presupposti fondamentali della sussidiarietà la consapevolezza, in questo quadro, del nuovo ruolo dell’ente pubblico. Il passaggio cioè da ente gestore ad ente di controllore di servizi educativi e culturali deve essere accompagnato da una adeguata formazione del personale amministrativo e politico, per garantire la qualità nell’erogazione dei servizi e delle attività stesse sia da parte di enti privati che degli stessi enti pubblici. Infine il tema della conciliazione tra funzioni di conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale e nuova creatività, nel contesto di una unità ambientale, monumentale, civica e storica che fa della città di Mantova in particolare, e dell’intera provincia, un unico territorio di straordinario interesse e valore di carattere nazionale ed internazionale. Il tema della nuova creatività è qui inteso non solo per quanto attiene alla produzione artistica contemporanea, che ben si inserisce in un contesto a misura d’uomo che ne esalta le caratteristiche e il valore, ma anche come modalità di valorizzazione del suo ingegno: il sapere e il saper fare, concetti che riportano alla declinazione plurale di questa parola, saperi, che riunisce in sé la fase della formazione della persona a quella della sua autonoma capacità di espressione. Sul piano delle azioni concrete, in precedenza sono state avanzate ipotesi che possono avvalersi di questo nostro interesse a valorizzare, accanto alle azioni di conservazione e valorizzazione del nostro patrimonio culturale, le nuove forme di creatività.

Gruppo Lavoro&Welfare
Lavoro e welfare: tempo di crisi, tempo di governo delle comunità
gruppo di lavoro con Fabio Lenzi della Società IRIS- Idee e Reti per l'Impresa Sociale di Firenze. Coordinatore: vicepresidente provinciale Giovanna Martelli.
I lavori del gruppo sono stati introdotti dalla vice presidente della provincia GiovannaMartelli e dalla relazione di Fabio Lenzi della società Iris Il dibattito degli oltre 20 presenti si è svolto in modo ampio registrando 14 interventi. Al termine del dibattito vi sono state le prime conclusioni operative con le quali si è assunta la decisione di proporre un documento aperto al contributo di altri soggetti da attivare già nei prossimi giorni alfine di ottenere il maggior numero possibile di osservazioni giudizi e conclusioni. Si è ritenuto che questo possa essere il modo per non fare del nostro seminario un momento di sola riflessione interna ma verificare come esso possa rappresentare un indirizzo programmatico da sottoporre e discutere con i cittadini da parte del partito democratico laddove assume il ruolo si di governo che di opposizione nelle amministrazioni locali ad iniziare dalla amministrazione provinciale. Pare al gruppo di lavoro tanto più importante questo modo di procedere nel momento in cui si apre nel paese una nuova fase caratterizzata dalla caduta di Berlusconi e del suo governo ma aperta a nuove e difficili responsabilità che il partito democratico ha deciso di assumere nel governo del paese. La prima preoccupazione espressa in particolare da coloro che rivestono il ruolo di amministratori si è riferita alle enormi difficoltà che attraversano le amministrazioni locali in seguito ai tagli operati sul finanziamento degli stessi. La manovra finanziaria come testimoniato dalle prese di posizione di ANCI e di molti altri soggetti, costringerà le amministrazioni a togliere o ridimensionare pesantemente le prestazioni sociali alle parti più deboli della popolazione o ad imporre nuove e pesanti imposizioni tariffarie sui cittadini. In particolare è stato segnalato il rilevante ridimensionamento del fondo nazionale per le politiche sociali che affossa, qualora si confermi ,la stagione della programmazione territoriale degli interventi che il governo prodi aveva assicurato con la legge 328. Ancor più pesante appare il ventilato taglio dei fondi sul sostegno alle politiche di contrasto della non autosufficienza, che colpirà migliaia di famiglie poste così in condizione drammatica. Si impongono dunque, come prevedono le proposte del partito democratico, misure che pur affrontando il nodo drammatico del debito pubblico restituiscano equità all’insieme della manovra che la Unione europea sta chiedendo al nostro paese attraverso la formula che, chi ha di più, sia chiamato a pagare di più, rivedendo dunque il sistema di imposizione fiscale e di tassazione di redditi e patrimoni colpendo la evasione fiscale a tutti i livelli e recuperando per questa via le risorse necessarie per il welfare e per finanziare la ripresa produttiva e della occupazione del nostro paese. Nel corso del dibattito è emersa in ogni caso la necessità di affrontare il tema del welfare e del lavoro partendo dalle nuove condizioni che la crisi da un lato e i grandi mutamenti sociali dall’altro, immigrazione invecchiamento , mancanza di lavoro qualificato e conseguente disoccupazione giovanile, impongono alla azione amministrativa. Non è pensabile che le azioni complesse che si rendono necessarie, possano essere governate e realizzarsi solo attraverso leggi del parlamento poiché le amministrazioni locali sono le prime alle quali i cittadini si rivolgono e richiedono risposte. Per questo nella nostra Regione è necessario che, nelle amministrazioni governate dal centro sinistra, prendano corpo le politiche che segnano la differenza dal modello neo liberista che affida al settore pubblico funzioni sempre più residuali in nome di una libertà di scelta del cittadino che si traduce troppo spesso in emarginazione delle fasce deboli della popolazione, ed in riduzione della qualità e quantità dei servizi erogati. In relazione alla domanda esplicita formulata all’inizio del dibattito( è davvero stando fermi aspettando che la crisi finisca che saremo pronti ad affrontare il periodo che seguirà il “lungo tunnel oscuro”? ) si è sottolineato il rifiuto di rimanere fermi “replicando gli stessi schemi in attesa di tempi migliori” e subire le logiche dettate dal centro destra che obbligano le nostre amministrazioni al taglio dei servizi. Si è ribadita invece la necessità di promuovere azioni che a partire dalle comunità costruiscano nuove relazioni con al centro l’attivazione di processi di coesione sociale e la costruzione di relazioni fondate sulla solidarietà e la corresponsabilizzazione. In questa direzione è emersa la idea di promuovere la co-progettazione fra enti locali associazionismo e volontariato per ridisegnare una sistema di welfare nel quale si favorisca la crescita di capitale sociale e la capacità dei cittadini di dare corpo a comunità che prendono cura di se stesse, sappiano prevenire il disagio, le patologie sociali, la disgregazione, l’intolleranza, l’insorgere del conflitto fra le diversità. Si è sottolineato come sia sbagliato considerare il welfare solo dal lato del costo necessario per sostenerlo. Questo modo di pensare il welfare come costo, porta inevitabilmente al risultato di disinvestire sullo stesso in tempi di crisi mentre al contrario è assolutamente necessario investire su come riorganizzarlo per renderlo maggiormente rispondente ai nuovi bisogni ed insieme più efficiente e meno costoso e addirittura produttore di risorse. In primo luogo se aumenta il lavoro e il reddito, diminuisce il bisogno di assistenza. Inoltre come dimenticare che il primo fattore di coesione sociale è proprio il lavoro. In secondo luogo attivare processi di prevenzione del disagio, di integrazione sociale e sanitaria, di attivazione dei cittadini ,porta tendenzialmente a ridurre la spesa ed aumentare l’efficacia del sistema.
Le parole per un nuovo welfare in tempo di crisi dovrebbero essere dunque quelle di investire risorse per produrre: Lavoro ,coesione sociale, equità, diritti, solidarietà, sviluppo sostenibile. Lavoro La crisi economica e finanziaria ha prodotto nella nostra provincia un drammatico incremento dei licenziamenti e dell’uso della cassa integrazione e lo smarrimento per le giovani generazioni e tante famiglie di prospettive per il futuro. Si rende necessario attivare misure di contrasto alla crisi di sostegno ai redditi delle famiglie e di promozione di nuove occasioni di lavoro in particolare per i giovani e di collocazione delle persone fragili. In questa direzione le amministrazioni comunali si sono attivate con la particolare assenza del Comune di Mantova. È tuttavia sulle misure di promozione di nuove opportunità di lavoro qualificato e stabile che si dovrà intervenire in via prioritaria, agendo sul lato dell’orientamento al lavoro. Su questo tema è dunque emersa la necessità di definire un piano provinciale per il lavoro e la formazione fondato sulla promozione di interventi sul tema delle energie rinnovabili e del risparmio energetico, sulle nuove tecnologie e le reti, sulla cultura, sul risanamento ambientale a partire dal risanamento e riqualificazione della zona industriale di Mantova. Temi per i quali il PD ha elaborato numerose proposte riassumibili con il termine di green economy ed applicabili anche ai livelli locali, per promuovere lavoro qualificato ed opportunità di crescita di nuove imprese . In questa direzione il fondo anti crisi dell’Amministrazione Provinciale potrebbe svolgere un ruolo fondamentale di promozione. Debbo notare che sul tema dello sviluppo una parte della discussione si è sviluppata sui termini di de-crescita o sviluppo sostenibile se siano a meno gli stressi applicabili anche alla nozione di welfare. Coesione sociale La promozione di processi di coesione sociale, cioè di tutte quelle iniziative capaci di opporsi alla disgregazione delle relazioni fra le persone le istituzioni le amministrazioni, può essere assunta quale orientamento per sperimentare interventi che abbiano come riferimento comunità territoriali non necessariamente ristrette ai confini dei piani di zona, fondate sulla co-progettazione fra amministrazioni pubbliche ed associazioni in grado di attivare servizi e risposte e di indurre ad una maggior partecipazione i cittadini. La co- progettazione dovrebbe essere preceduta da una accurata analisi sia dei bisogni quanto delle risorse associative organizzative ed economiche presenti nella comunità assunta come riferimento così come si è fatto o ci si appresta a fare in alcuni Comuni e da alcune associazioni. Fra i progetti in corso è stato citato come esempio quello di ArcoePietre finanziato da Cariplo e dalla precedente amministrazione comunale di Mantova con il coinvolgimento di 23 associazioni e della Università, che tenta di definire un intervento di sistema di nuovo welfare nelle comunità rappresentate da due quartieri di Mantova, e verificarne la replicabilità su scala più ampia
. Solidarietà e reciprocità Nel corso del dibattito sono state presentate alcune esperienze rilevanti che dimostrano la possibilità di coinvolgere gli utenti ed i semplici cittadini nel prestare lavoro per migliorare la qualità dei servizi. È emersa la idea di lanciare un progetto di lavoro che si attivi presso le amministrazioni pubbliche che sviluppi il principio della reciprocità , con il quale gli utenti o le famiglie o lavoratori in cassa integrazione si impegnino a fornire prestazioni di lavoro volte a migliorare la qualità dei servizi o dei luoghi nei quali gli stessi si svolgono.
 Diritti e livelli essenziali delle prestazioni La discussione ha posto in luce il fatto che nella maggior parte dei casi le prestazioni sociali a differenza di quelle sanitarie non sono esigibili come diritto ma condizionate dalle disponibilità economiche ed organizzative o politiche delle amministrazioni locali. La domanda che si è posta è se selezionare alcuni servizi (esempio gli asili nido) e garantirne la esigibilità e la accessibilità, quindi costi ragionevoli per le famiglie al pari delle prestazioni sanitarie pur in assenza di normativa specifica a livello nazionale e regionale ma forzandone la sperimentazione a livello locale.
Finanziamento del welfare ed equità La discussione si è sviluppata su due argomenti: il primo argomento era relativo al meccanismo di individuazione della partecipazione alla spesa dei servizi attraverso l’Isee e se questo sia ancora lo strumento adeguato per misurare equamente la capacità di contribuzione dei cittadini o se sia necessario affidarsi a sistemi più complessi o abbandonarlo. Il secondo versante di discussione ha avuto come riferimento la possibilità che il welfare possa finanziarsi attraverso una sua diversa organizzazione ad esempio attraverso processi di integrazione fra prestazioni sociali e sanitarie nel settore della popolazione anziana. Si è fatto riferimento all’esperienza di ASPEF e della sua integrazione con le farmacie comunali il cui reddito ne ha sostenuto i costi o alla esperienza degli ospedali di comunità proposti dalla precedente amministrazione del comune di Mantova e bocciati dalla attuale. Gli ospedali di Comunità sono finalizzati a ridurre la spesa sociale e sanitaria da 600 a 150 euro al giorno ed a dare risposte alle famiglie con anziani parzialmente autosufficienti in difficoltà temporanea senza per questo ricorre alla badante o peggio al ricovero in RSA. Una ulteriore domanda che si è posta è se sia opportuno che il welfare sia finanziato attraverso specifiche tasse di scopo al fine di rendere più trasparente e verificabile l’utilizzo dei finanziamenti. In questa parte della riflessione si è posto il problema della opportunità o meno di selezionare gli interventi di welfare ed assicurare il sostegno a carico della comunità per quelli che rispondono a bisogni non diversamente attivabili affidando altri ad altre forme di finanziamento( privato o a totale carico degli utenti etc.).
Promozione della salute Si rende necessario l’approfondimento in merito alla esigenza di ricostituire il confronto con ASL e azienda ospedaliera sulla programmazione socio sanitaria . In questa direzione si propone di: 1)ripristinare il ruolo del consiglio di rappresentanza allargandone la partecipazione alla Amministrazione provinciale alle rappresentanze sociali e sindacali 2) verificando la opportunità di definire un luogo permanente di confronto sulla promozione della salute sulla prevenzione attiva e sugli strumenti e politiche conseguenti da attivare.

Gruppo Economia & Ambiente
RIPENSIAMO IL FUTURO DEL NOSTRO TERRITORIO
 gruppo di lavoro con il prof. Paolo Fabbri, Università di Parma.
Coordinatore: assessore provinciale Maurizio Castelli. 
Le politiche territoriali e ambientali possono essere praticate, a livello locale, secondo gli assi di: A. Complementarietà. I problemi discussi non sono affrontabili in termini di autonomia territoriale, confinata nei limiti amministrativi. E’ invece necessario realizzare soluzioni cooperative e condivise tra i diversi soggetti interessati : comuni, consorzi territoriali, province, ecc. B. Sussidiarietà. Le politiche territoriali e ambientali per loro natura sono anche funzione delle scelte di enti sovraordinati per realizzare soluzioni coerenti di area vasta. C. Sostenibilità. Questa è definita secondo i diversi parametri di carattere economico, ambientale, sociale. Tutti i parametri si confrontano secondo un vettore sia orizzontale, che riguarda le implicazioni sulle comunità locali, che verticale, relativo al mantenimento delle condizioni nel tempo: sostenibilità rispetto alle generazioni future, all’assetto del territorio così come disegnato per gli anni futuri (cfr. per noi il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale). E’ indispensabile dotarsi di strumenti e misure rispetto a tutti e tre i parametri, non solo per quanto riguarda i dati quantitativi ma anche quelli qualitativi ( es. i dati di coesione sociale, ecologici, ecc). Ed è anche necessario un percorso di investimento in conoscenza, cultura, educazione ambientale e territoriale, con l’avvertenza che questi producono risultati e consenso nel medio-lungo periodo. Alcuni dei temi trattati, anche in termini di urgenze ed emergenze specifiche del territorio mantovano, esemplificano il quadro di riferimento indicato, tenuto conto che, come partito, intendiamo cimentarci a partire dal governo della comunità locale. In questo attingendo, in primo luogo, al Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP). A. Il PTCP esprime alcune azioni innovative e fra queste la misurazione del consumo di suolo come strumento di verifica della corretta gestione delle politiche di mantenimento e conservazione della superficie destinata alla produzione alimentare. Negli ultimi anni il consumo mantovano ha raggiunto il 3% annuo, parametro che il PTCP ha ridotto, secondo una scelta condivisa con le OOPP agricole. E’ da riferire alla progettazione e gestione del PTCP la diffusa cultura amministrativa della sostenibilità che ha acquisito e accetta le scelte di compensazione e mitigazione. Queste sono trasferibili ad ogni intervento territoriale che determini pressione ambientale. Alle misure di mitigazione s’aggiunge la recentissima prospettiva aperta dalla ricerca operativa voluta dal Distretto Plantaregina di Canneto s.Oglio (ad es. nella ricerca CNR si misura la capacità delle diverse specie vegetali di confinare polveri sottili e CO2, mitigando la pressione antropica negli ambienti urbani e nel territorio). B. Gli impianti da fonti rinnovabili. L’assenza di un quadro normativo, al di là delle tariffe nazionali fortemente incentivanti la costruzione di impianti e della conseguente convenienza economica privata, limita e impedisce una programmazione territoriale organica, favorendo le iniziative individuali. Non è nemmeno chiara la strategia di sviluppo industriale in un settore che abbiamo lasciato alle tecnologie tedesche dopo essere stati gli iniziatori, negli anni Ottanta, in Europa. Si rivelano difficoltà di interazione con i cittadini ( sostenibilità sociale) e si sollecitano misure intese a regolamentare le distanze minime dall’urbano (es. regolamento d’igiene). Tali impianti sono però, da parte nostra, l’occasione per confermare la scelta per le energie rinnovabili come esempio di “green economy” legata al territorio e ai suoi bisogni. Ad esempio: a) calibrando il Piano energetico provinciale secondo la potenzialità delle risorse locali; b) applicando le modalità del Virtual Power System, un sistema di piccoli impianti in rete a disposizione dei bisogni energetici delle comunità locali, così come descritto nel progetto europeo Alpenergy; c) anche ricorrendo ad una più diffusa adesione al Patto dei Sindaci, ora limitato ad alcuni comuni mantovani, che facilita l’accesso alla certificazione delle buone pratiche in campo energetico e ai piani d’azione, in Lombardia finanziati da Cariplo. E’ da segnalare, inoltre, come nel Piano per le opere pubbliche recentemente approvato dalla Giunta Provinciale, sia presente il progetto di istallazione di impianti fotovoltaici ai margini delle strade provinciali e sui reliquati stradali: un intervento valutato in non meno di 10 mln di Euro di risorse comunitarie, capace di generare un flusso di denaro da destinare allamanutenzione stradale, al di fuori del patto di stabilità. C. Il rischio idraulico. La gestione è nella dimensione sovra-regionale ed è prioritario l’investimento in prevenzione piuttosto che nel ripristino. Vale per l’uso delle risorse naturali lungo l’asta del fiume Po, per il consolidamento degli argini ( ad es. argine di Cizzolo) e il loro adattamento alle piene del fiume, per la navigabilità turistica e il trasporto di merci (fiume Po e canale navigabile Fissero-Tartaro). D. Inquinamento. E’ da affrontare a partire dall’emergenza delle bonifiche dei siti contaminati e delle falde idriche fino alla definizione di vere e proprie politiche di ciclo chiuso dei prodotti. Politiche praticabili a partire dal sistema agroalimentare per il suo interesse economico locale e perché ambiente pulito vuol dire garanzia di qualità delle produzioni alimentari. Un tema che coinvolge le risorse ambientali e fra queste l’acqua, spesso compromessa e inadatta alle produzioni di qualità, tanto da suggerire agli agricoltori l’attingimento da falda freatica piuttosto che l’uso irriguo delle acque superficiali. E. Infrastrutture e impianti nel territorio. Sono interessati i nuovi sistemi viabilistici, i poli intermodali per la logistica con l’offerta del sistema “porto di Valdaro” , di grande interesse per la sottrazione del traffico di merci dalla rete stradale mantovana assai sollecitata. Gli sviluppi riguardano sia i collegamenti locali che il posizionamento logistico/commerciale dell’intero territorio rispetto ai mercati del Nord Italia/Sud Europa (direzione Brennero). F. Grande Mantova. Il tema della Grande Mantova, Mantova e i comuni di cintura, da valutare in termini di densità territoriale e di abitanti (poco più di 100 mila), necessita di una posizione omogenea del partito e dei Circoli interessati. Una posizione più attenta e orientata al progetto d’unione di comuni (per la garanzia di servizi di qualità e tale da salvaguardare le identità territoriali), piuttosto che alla fusione. G. Uso e consumo dei suoli. E’ oggetto d’interesse anche regionale. E’ recentissima la ricerca dell’uso del suolo in Lombardia e la diminuzione del suolo agricolo ormai al di sotto di 1 mln di ettari, questa considerata la soglia-rischio. La riduzione di suolo agricolo in Lombardia è determinata prioritariamente dai grandi insediamenti commerciali e dal modello abitativo (villette a schiera). Si dovrà contenere l’espansione edilizia favorendo il recupero e la riqualificazione urbanistica e ambientale. Anche i costruttori edili si orientano in questa direzione e nella “green economy” più in generale. Un insieme di temi e di proposte necessariamente supportati dalla conoscenza, questa acquisibile con i diversi strumenti oggi disponibili. Il seminario odierno, da aggiornare nel corso dell’anno con richiami periodici, la partecipazione ai dibattiti pubblici e sui media, le proposte di seminari e convegni denominati “Azioni e progetti per un nuovo sviluppo sostenibile nel mantovano” (programmati dalla Provincia in unione con altri Enti, università e imprese dal novembre c.a.) sono l’espressione di politiche di partecipazione e di accompagnamento amministrativo per la crescita e lo sviluppo delle comunità locali e del territorio.





Per scaricare i documenti del Seminario Programmatico di Suzzara del 2010 CLICCA QUI.


LE MATITE COLORATE
intervento di Massimiliano Fontana
Segretario Provinciale PD Mantova

Care Democratiche, Cari Democratici,
Cari Relatori, Cari Assessori,

benvenuti alla serata di apertura del nostro seminario di lavoro.

Per noi non si tratta di un inedito. Lo scorso anno ci trovammo sempre in questa sede per la prima volta. Il mio auspicio è ovviamente che anche questa possa essere una buona occasione per stare insieme, per esaminare le nostre proposte, per definire i motivi del nostro impegno in politica.

E’ questo un seminario di lavoro. Pensato per affrontare dei contenuti, per corrispondere ad un viatico prezioso: “prima si semina, poi si coltiva e solo alla fine si raccoglie”. Lo abbiamo immaginato per metterci in relazione tra di noi, con i nostri alleati attuali e futuri, per dialogare con la società mantovana e le sue organizzazioni economiche e sociali.

L’abbiamo immaginato perché sentiamo che vi è bisogno di un racconto, di un nuovo racconto da scrivere insieme che parli alla testa, certo, ma anche al cuore dei nostri concittadini.

Perché non troveremo alcun buon contenuto se non verrà dai valori in cui crediamo.

Naturalmente la sfida della prossima primavera ci appare dura. Perché negarlo. Eppure voglio condividere con voi qualche riflessione ed un sentimento di fondo in questo mio breve intervento: non esiste ragione, aspirazione personale o stato d’animo che autorizzi ciascuno di noi a non sentire la responsabilità, il dovere, il bisogno di impegnarsi per una battaglia che forse più di altre volte si rivolge a noi chiedendo o forse pretendendo solidarietà reciproca e spirito unitario. Non parlerò per questo dei nostri avversari e dei loro disastrosi governi. Parlerò invece di noi e di noi in rapporto con la nostra comunità. Del nostro vocabolario, per non essere mai stranieri in patria.

Domani inizierà il confronto nei gruppi fino alla sessione plenaria di domenica mattina. Vi sono già le bozze su cui lavorare: lasciatemi ringraziare i coordinatori dei gruppi e quanti hanno contribuito per la loro stesura. C’è davvero qualità nelle cartelle che sono state preparate, con temi definiti che fanno cogliere immediatamente i pilastri su cui intendiamo sviluppare da qui in poi le nostre azioni: lavoro e impresa, qualità del territorio e della vita, il sapere, la persona e la famiglia. A voi il compito di migliorarle ulteriormente attraverso il confronto e lo scambio di idee. Lasciatemi dire su questo punto solo una cosa in più. Credo sia stato colto bene lo spirito che deve animare quei testi: innovazione, innovazione, innovazione. Non possiamo e certo non vogliamo stare fermi ma piuttosto correre nel futuro. Perché è la che già vivono tanta parte dei bambini, dei ragazzi e ragazze degli anni 2000.

Quello è il nostro spazio, questa la nostra bussola.

Questo incontro è dedicato agli spunti programmatici. Verrà il tempo dei nomi. Verrà il tempo dei nomi e lo faremo nel nome dell’unità del partito, dell’unità del centro sinistra proponendoci come da tempo ci stiamo dicendo: con generosità. Abbiamo un debito con il nostro mondo, certamente. Ma io credo anche con tutta la gente mantovana. Ed il patto che offriamo da oggi è quello di restituire alla politica mantovana un centro sinistra forte che sappia ritrovare la capacità di parlare oltre i propri confini per le cose che dice e per come le dice.

Sentiamo che non di sola testa è fatto il nostro impegno.

Vogliamo provare a riascoltare il battito, ritrovare il ritmo di un cuore che pulsa da questa parte.

Perché, parlando di cuore ma partendo dalla testa, è bene ricordare che persino gli analisti ci dicono che il cervello politico è un cervello emotivo.

Non è una macchina di calcolo spassionata, alla ricerca continua di dati, di cifre e delle politiche giuste.

Ciò che nel 2006 spinse gli elettori americani a chiedere un mutamento di indirizzo sull’Iraq non fu l’accesso a nuove informazioni: erano nuove le loro emozioni. Non più orgoglio e aspettative nazionalistiche ma invece rabbia, preoccupazione e una crescente rassegnazione.

Da qui la sessione Pensieri e Parole Democratiche. I contributi di queste giornate ci aiuteranno in questo cammino ma anche, appunto, a collegare meglio valori e contenuti.

Perché la nostra storia è la storia di chi si emoziona. E’ il racconto antico che si veste di nuovo , che si trasforma di fronte al comporsi delle nuove battaglie, alle nuove ingiustizie, all’impoverimento delle opportunità.

“E allora non parlavo di boa, di foresta primitive, di stelle. Mi abbassavo al suo livello.

Gli parlavo di bridge, di golf, di politica, di cravatte. E lui era tutto soddisfatto di avere incontrato un uomo tanto sensibile.” È quel che sente quel Piccolo Principe.

E noi sentiamo, come lui, che questo tempo che ci è dato ha ancora grande sete. Che quel che chiamavamo lotta all’ingiustizia, bisogno di libertà, diritti, doveri, pace, legalità, opportunità sembrano oggi avere suoni nuovi, eppure li possiamo riconoscere perché sono le nostre battaglie, sono il senso del nostro impegno.

Oggi le vediamo con i volti nuovi del precariato, dell’abbandono scolastico, della fuga all’estero. Le vediamo nell’impossibilità del costruirsi una famiglia, dei giovani già stanchi e indifferenti. Le chiamano con nomi nuovi, certo. Ma esse continuano ad essere il motivo per cui siamo qui. Perché esse vivono attorno a noi, già nei nostri paesi o persino nella porta accanto la nostra.

James Hillman dice: perché è questo che in tante vite è andato smarrito e va recuperato; il senso della propria vocazione, ovvero che c’è una ragione per cui si è vivi. Non la ragione per cui vivere ma piuttosto la sensazione che esiste un motivo per cui la mia persona, che è unica e irripetibile, è al mondo.

Ecco, questa vocazione parla di noi e di noi qui. Del perché siamo qui.

E allora chiediamoci: qual è la vocazione del PD?

Abbiamo appiattito una parola meravigliosa, Vocazione, accostandola al termine maggioritario.

No.

Mi convinco, andando oltre naturalmente le nostre tribolazioni, anzi meglio, nonostante le nostre tribolazioni, che dobbiamo restituire senso e forza a quella parola.

Il PD nasce perché chiamato, perché non vogliamo ridurre solamente il nostro partito all’incrocio dei geni dei nostri genitori, perché non vogliamo che la nostra vita, e certo anche la vita del PD, sia lo spartito scritto esclusivamente da vecchi maestri.

Vi sono grida da ascoltare, nuove miserie da lenire e dispari opportunità da superare. Gli ultimi, certo.

Ma vi è un tempo anche per i primi: per chi ha talento, per chi ha studiato con successo, per chi vuol far da sé. Per quelli che, in ragione della straordinarietà dei doni che hanno ricevuto, chiedono vi sia un diritto anche per loro: il diritto all’opportunità di poter spiccare il volo senza i trucchi e gli inganni di una società viziata da baronati e raccomandazioni.

Non so voi, ma io adoro gli astucci con le matite colorate.

IL PAESE DELLA LEGALITA’
intervento di Luigi Caracciolo
Direttivo nazionale Sindacato Italiano Lavoratori di Polizia (Silp-Cgil)

Prima di entrare nel merito dei temi proposti dal convegno, voglio ringraziare il Partito Democratico mantovano e in particolare il segretario provinciale, Massimiliano Fontana, per avermi invitato a questo importante appuntamento che mi offre l’opportunità di affrontare la delicata questione connessa alla sicurezza dei cittadini.

Su questo versante mi pare di poter affermare che quasi sempre nel nostro Paese la “sicurezza” viene affrontata dalla politica in modo strumentale, propagandistico e confusionario. Dico questo perché ho riscontrato una generale e pericolosa tendenza a rovesciare nel calderone sicurezza una serie di questioni che, invece, vanno tenute, almeno sotto il profilo concettuale, rigorosamente separate. Sicurezza, ordine, legalità, violenza e giustizia, infatti, pur rappresentando diverse facce della stessa medaglia, vanno singolarmente contestualizzate perché sottendono questioni invero assai diverse e che, quindi, necessitano di diversificate analisi.

E allora diciamo subito che la stessa sicurezza deve essere analizzata almeno in relazione a due diversi aspetti : quello connesso alla criminalità predatoria e quello relativo alla criminalità organizzata ( le varie mafie). Dovendo necessariamente procedere per ampie sintesi, si può affermare che l’Italia in generale e la provincia mantovana in particolare presentano elevati standars di sicurezza individuale e collettiva in relazione a quello che prima ho definito (per comodità espositiva) criminalità predatoria (per intenderci, furti, rapine, scippi, truffe ecc.); da questo punto di vista, infatti, tutte le statistiche nazionali ed europee concordano nel collocare il nostro Paese tra gli Stati più sicuri tenendo conto del numero dei reati in relazione al numero degli abitanti. Eppure dall’ultimo rapporto del Censis emerge come il 77% degli Italiani pone la “sicurezza” al secondo posto tra le priorità da affrontare. Vi è, allora, qualora che non quadra.

Per tentare di comprendere il fenomeno, credo sia opportuno fare una prima riflessione: : nel nostro Paese, da tempo, si è consolidata la tendenza a trasferire una serie di insicurezze individuali (penso alla pensione, alla sanità, all’istruzione, alla casa, al lavoro ecc.) sul più comodo terreno dell’insicurezza pubblica. Più comodo perché chi dovrebbe fornire risposte alle ansie dei cittadini, il Governo in primo luogo, in qualche modo si chiama fuori trasferendo su altri soggetti la responsabilità delle proprie fallimentari politiche.

Ciò posto, bisogna, però, evidenziare come vi siano altri aspetti che incidono negativamente sul senso di insicurezza che i cittadini percepiscono soprattutto se residenti nei grandi centri urbani, ma non solo. Ora tutti gli analisti sono concordi nell’indicare la “vivibilità” della città come uno dei requisiti che maggiormente incide, appunto, sulla sicurezza percepita. Inoltre la crescita della percezione dell’insicurezza urbana ha favorito (o potrebbe favorire) l’insorgere di pericolose aggregazioni di cittadini che agendo al di fuori di ogni contesto istituzionale, alimentano tentativi di “autodifesa” tanto inutili rispetto all’efficacia della loro azione, quanto dannosi rispetto ad una moderna concezione democratica della gestione degli apparti di sicurezza. Vi è, invece, necessità assoluta che siano proprio i Sindaci a farsi carico di rendere compatibile con la vita ordinaria delle città il senso di insicurezza percepito dai cittadini. In tale ottica non è difficile intuire quanta importanza assuma la gestione della Polizia Municipale che pur avendo nella sua originaria configurazione ed in una accezione allargata solo competenza residuale rispetto ai compiti di ordine pubblico, diventa ,nella ridistribuzione dei poteri, e come servizio di polizia della città, uno dei principali e più diretti strumenti del Comune nel governo della sicurezza urbana in un quadro di collaborazione permanente con le forze di polizia nazionali. Collaborazione,quindi, e non duplicazioni di competenze che, se inserite in un regime di competitività con le Polizie nazionali, risulterebbero dannose e affatto produttive.

Bisogna affermare con forza che una città più sicura è anche una città più libera, più tollerante , più democratica. Ma una città sicura è quella vissuta dai cittadini aperta ed accogliente e non quel “fortino assediato” in cui potrebbe trasformarla un’azione di governo tutta tesa a realizzare, sfruttando la paura delle persone, un’involuzione democratica della partecipazione dei cittadini alle scelte amministrative. Tanto più si alimenta l’idea di accerchiamento, tanto meno sicuri ci si sentirà.

Bisogna chiarire in via definitiva che non bastano telecamere e militarizzazioni del territorio. Viceversa un’amministrazione attenta che miri allo sviluppo complessivo della città e alla sua crescita sociale e civile dovrebbe, da un lato agire sui disaggi e rendere complessivamente la città più vivibile utilizzando al meglio l’intero territorio e non solo parte di esso, dall’altra, in termini più operativi, dovrebbe :

1) Creare strumenti permanenti di studio di analisi e di monitoraggio sui fenomeni di illegalità ,allargati agli organismi di rappresentanza della società civile. Una sorta di osservatorio sulla criminalità che sia in grado di adeguare l’azione di governo della città alle emergenze criminali;

2) Rivitalizzare i patti territoriali sottoscritti tra le Istituzioni presenti sul territorio (Comune-Provincia-Ufficio Territoriale di Governo) e Forze dell’Ordine.

3) Promuovere un tavolo per la realizzazione di un progetto integrato sulla sicurezza urbana, con la partecipazione delle associazioni di categoria e delle rappresentanze circoscrizionali dei cittadini, che elabori un modello di città più partecipata e più vissuta;

4) Procedere all’individuazione di strumenti che possano offrire un valido ed immediato aiuto alle vittime dei reati soprattutto se appartenenti alle fasce più deboli della cittadinanza;

5) Favorire l’affermazione di una cultura della legalità ipotizzando un percorso formativo che coinvolga, in un’ottica di cooperazione istituzionale, le scuole della città.

6) Assumere ogni possibile iniziativa (in un quadro di compatibilità normative) che possa alleviare i disaggi cui vanno incontro i cittadini non comunitari interessati alla regolarizzazione ovvero alla concessione (e rinnovo) dei permessi di soggiorno.

Detto questo e procedendo, ancora una volta, per sintesi, bisogna ora introdurre l’ulteriore aspetto cui sopra ho fatto riferimento: la legalità.

A tale proposito mi pare di poter dire che dall’agenda politica sembra essere scomparso qualsiasi riferimento alla legalità, di contro tutti, in verità quasi nessuno a ragion veduta, invocano e licenziano provvedimenti che dovrebbero garantire la sola maggiore sicurezza per i cittadini, dimenticando che un Paese se non è legale non può essere sicuro.

Questa affermazione, se condivisa, ci permette di dire che è estremamente più semplice promettere sicurezza di quanto non lo sia garantire legalità. Da questo punto di vista, io credo, sia del tutto evidente come il nostro non sia affatto un Paese legale, non lo è perché non può definirsi tale un Paese che registra tante vittime per infortuni sul lavoro, che ha un così elevato numero di evasori fiscali, che non garantisce i diritti dei cittadini, che mostra tanta tolleranza sullo sfruttamento dei lavoratori, che non colpisce le nuove forme di caporalato, e via dicendo.

E allora qual è la sicurezza di cui tutti parlano? A questo punto io credo sia opportuno affrontare il terzo elemento cui facevo riferimento in apertura :l’ordine. Ma l’ordine non è affatto sinonimo di sicurezza, non lo è perché stabilire cosa è ordine e cosa non lo è, è, da sempre, prerogativa del solo gruppo dominante che, a seconda delle convenienze, ne detta le coordinate, viceversa la sicurezza è principio trasversale ed unificante.

Infatti l’espressione “ sicurezza” nasce e si consolida soltanto all’indomani della Rivoluzione Francese come naturale “effetto collaterale” delle esigenze di “democrazia” che quella rivoluzione seppe , sia pure con i limiti che conosciamo, incarnare. Per meglio chiarire come l’ordine centri assai poco con la sicurezza e la legalità e come senza quest’ultima non vi è sicurezza, basta chiedersi, a titolo d’esempio, se il Cile del torturatore Pinochet era un Paese ordinato. Io credo di si, ma era anche sicuro? Io credo di no. E perché? Perché non era un Paese “legale”. Ecco, quindi, che diventa del tutto evidente come sia l’affermazione del principio di legalità a garantire la sicurezza dei cittadini in un contesto di ordinata e pacifica convivenza. Il ragionamento appena fatto mi porta ad un’amara constatazione : io credo che nel nostro Paese via sia una fortissima richiesta di ordine ma una bassissima richiesta di legalità, questo perché in un sistema “ordinato” più facile è continuare ad operare nell’illegalità. Ed infatti è proprio approfittando della diffusa e stratificata illegalità che prosperano le varie mafie che possono operare in perfetta tranquillità proprio perché la loro azione è tradizionalmente carsica, poco visibile e, quindi, non percepita, se non marginalmente, come pericolo da parte dei cittadini. Ed allora la domanda da porsi non è se l’Italia è un Paese sicuro, ma se è un Paese legale. Per quanto ho cercato di dire, è del tutto evidente che all’elevato tasso di sicurezza non corrisponde un altrettanto accettabile livello di legalità.

Scusandomi ancora per l’estrema sintesi con cui procedo, va, allora, sottolineato con forza che la vera emergenza non è rappresentata dalla criminalità da strada ( che pure deve essere contrastata, prevenuta e repressa) ma dalle grandi organizzazioni criminali che con la loro capacità di infiltrazione nel tessuto economico e sociale condizionano fortemente la crescita civile del Paese.

Altra questione che soprattutto recenti fatti di cronaca hanno evidenziato è quella relativa alla violenza (qui si farà riferimento, per comodità espositiva, alla sola violenza da strada). E’ del tutto evidente come anche queste estreme manifestazioni di aggressività a ben vedere hanno poco o nulla a che fare con la sicurezza dei cittadini. Qui non si tratta di questioni legate né al controllo del territorio (per assurdo bisognerebbe presenziare ogni metro di territorio), né, come è ovvio, alle attività di prevenzione. La violenza andrebbe affrontata nel più generale quadro di disgregazione sociale, l’analisi dei fenomeni ad essa collegata dovrebbe essere materia di studio da parte dei sociologi, di chi si occupa delle trasformazioni in atto nelle società postindustriali. Ed invece, pur di non affrontare le complesse dinamiche legate ad una società sempre più competitiva e spersonalizzante, si preferisce, ancora una volta, trasferire il tutto sul più agevole e deresponsabilizzante problema di “polizia”.

E veniamo ora all’ultima delle questioni : la giustizia.

Sono fermamente convinto che un Paese poco giusto è anche un Paese poco sicuro, è urgente, quindi, ripristinare e rinvigorire la cultura della legalità; cultura gravemente compromessa dalla produzione normativa che il Governo ha promosso: è innegabile come il continuo ricorso a leggi che, di fatto, rallentano gli iter processuali, accelerano le prescrizioni, rendono più difficile l’applicazione della legge anche in campo europeo, se da un lato determinano vere e proprie sacche di impunità, dall’altro ingenerano un complessivo clima di sfiducia in ordine alle questioni connesse all’amministrazione della giustizia ed alla applicazione della pena.

Né possono giovare le continue aggressioni, da parte delle forze politiche della maggioranza di Governo, alla credibilità e alla indipendenza dell’Ordine Giudiziario, aggressioni che, in più di una circostanza, hanno assunto toni intimidatori non degni di un Paese di diritto. Con questo non voglio e non posso non riconoscere che esista nel Paese un “problema giustizia”. Tuttavia non mi pare che esso possa essere affrontato e risolto ponendo sul tappeto la sola strumentale questione della “separazione delle carriere “ tra magistratura inquirente e requirente. La macchina giudiziaria per funzionare al meglio ha bisogno di seri provvedimenti strutturali che realizzino quei basilari principi della effettività e della certezza della pena senza dei quali difficile diventa affermare il carattere deterrente della sanzione penale.

A tale proposito andrebbe promosso un sereno e serio dibattito in merito ad una eventuale applicazione della pena dopo il secondo grado di giudizio ripristinando quel ruolo di Giudice di Legittimità e non di Merito disegnato per la Suprema Corte di Cassazione. Bisogna, inoltre, determinare una nuova e più puntuale attenzione per i cittadini vittime dei reati sempre più spesso abbandonati a se stessi.

Fin qui le, sia pure non esaustive e frettolose, analisi. Ora ritengo sia opportuno anche per valorizzare al meglio l’opportunità che il Partito Democratico mantovano mi è ha dato, offrire un contributo propositivo alla risoluzione delle questioni esaminate. Contributo che si limiterà all’esposizione di alcuni suggerimenti che non potranno in questa sede essere più compiutamente illustrati.

Per quanto attiene all’azione di contrasto alla criminalità da parte delle Forze dell’Ordine, credo sia opportuno:

- Riprendere le iniziative in grado di affermare il principio di “polizia di prossimità” che non può avere come unico risultato la figura del “poliziotto di quartiere”;

- Procedere alla realizzazione delle “cittadelle della polizia” (mai decollate), intese, anche fisicamente, come vero e proprio centro nevralgico delle attività di prevenzione e investigazione;

- Impegnarsi sul terreno della riforma strutturale degli apparati preposti alla sicurezza individuando specifiche competenze di ogni singola istituzione (polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza) in modo da evitare sprechi di risorse e duplicazioni di funzioni;

- Invocare con forza la realizzazione di forme di reale coordinamento tra le forze di polizia , ponendosi come primo, minimo, obiettivo la realizzazione di sali operative comuni;

- Assumere ogni iniziativa che favorisca lo svecchiamento della polizia ripristinando le pratiche concorsuali in grado di garantire un accettabile turn over;

- Incalzare il Governo costringendolo a rivedere la politica dei tagli di risorse puntualmente presenti in ogni Finanziaria.

- Chiedere l’istituzione di nuovi Commissariati di zona in modo da garantire un’effettiva presenza degli operatori sul territorio.

Sul versante dell’Amministrazione della Giustizia, io credo sia realistico proporre:

- che l’applicazione della pena possa diventare effettiva dopo il secondo grado di giustizia senza attendere che si pronuncia la Cassazione che, nel nostro ordinamento, è giudice di legittimità e non di merito;

- Richiedere che siano rispettati i principi della certezza, dell’effettività e dell’immediatezza della pena;

- Impegnarsi per rendere i processi più rapidi;

- Maggiore attenzione alle vittime dei reati;

- Gratuito patrocinio per le parti civili

- Incrementare il personale amministrativo delle Procure e dei Tribunali.

In conclusione io credo che esista la concreta possibilità di affrontare con serietà e senso di responsabilità i temi, a vario titolo, connessi alla sicurezza dei cittadini senza contrarne nè i diritti democratici né le libertà costituzionali e soprattutto senza determinare situazioni di insopportabile disparità di trattamento dei cittadini, favorendo la pacificazione sociale e non fomentando razzismo e odio.

DECLINARE IL TEMPO PRESENTE

Intervento di Isabella Guandini
docente di Storia della filosofia Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale

1. Il punto d’attrazione

Non basta una traiettoria ben definita per raggiungere la destinazione. Non è sufficiente un progetto ben pensato, per arrivare allo scopo. Ci vuole un punto di attrazione. E’ faccenda di affetti, di dedizioni, di attaccamenti. In mancanza di questo raccordo, fra l’ingegneria e la politica non ci sarebbe differenza

Gli antichi lo avevano capito. Nell’opera Sulla natura delle cose Lucrezio, commentando la filosofia di Epicuro, grande atomista, afferma che «gli atomi cadono in linea retta nel vuoto, in base al proprio peso: in certi momenti, essi deviano impercettibilmente la loro traiettoria, appena sufficiente perché si possa appunto parlare di modifica dell’equilibrio». Gli atomisti, nel IV sec a.C., avevano compreso in modo non così ingenuo che abbiamo infinite possibilità combinatorie, ma per comporre luoghi, mondi, persone, è necessario un punto di attrazione. «Per fare un mondo non bastano gli atomi, ci vuole un clinamen della loro reciproca attrazione. La comunità è il clinamen dell’individuo. L’individualismo è un atomismo incoerente che dimentica che il problema dell’atomo è quello di un mondo» (J.L. Nancy, La comunità inoperosa). Che è come dire che ci sono atomi stupidi e atomi intelligenti. Cercare questo punto di attrazione non è un affare di cuore, una questione sentimentale. È pura intelligenza: non di assalti all’arma bianca, di passioni melense e di ombre romantiche. Il clinamen è l’unico punto di congiunzione possibile fra il logos e il nomos, ossia, per il lavoro della politica.

La ricerca del clinamen è oggi una prova di intelligenza. Chi capisce gli affetti è intelligente, chi non li capisce è stupido. Non abbiamo solo bisogno di ingegneri della politica, o di politici della partita doppia: di questi siamo in esubero. Abbiamo bisogno di scrutatori intelligenti di affetti. E quello degli affetti è il lavoro più duro.

2. La comunità che manca

È una soggettività senza copertura, quella che avanza nel tempo della crisi. J. L. Nancy punta l’attenzione sulla “comunità che manca”, che allude al senso della mancanza patita, dell’ossigeno che non c’è, dell’orizzonte che si allontana, del tempo che si fa vuoto, per l’individuo stesso. «La testimonianza più significativa e ingrata del mondo moderno, quella che forse raccoglie tutte le altre testimonianze (…) è quella della dissoluzione, della dislocazione o della conflagrazione della comunità».

E’ pur vero, d’altro canto, “che le medesime ragioni teoriche e storiche che ci rendono diffidenti nei confronti della parola ‘comunità’ ci rendono ancora più diffidenti nei confronti degli affetti collettivi e della mobilitazione comune degli affetti”. Sappiamo fin troppo bene quali “abominevoli sentimentalismi possano servire di impulso alle identificazioni totalitarie”. Il “ritorno della comunità”, cui si assiste in anni recenti, alimentato anche dalla crisi dello Stato, è infatti un fenomeno assai ambivalente. “La comunità che ci manca” esprime per lo più un bisogno identitario, che però si traduce soprattutto nell’affermazione perentoria di identità forti e compatte, arroccate nel circuito chiuso di un gruppo esclusivo, garante di un reciproco e scontato riconoscimento. Le “lealtà primordiali” diventano così veicolo di pulsioni arcaiche, che si coagulano nella difesa delle appartenenze etniche, nazionali, religiose.

Siamo dunque di fronte alla desolante alternativa tra un Io narcisistico e un revival comunitario regressivo, tra un’assenza di legame e una sua rinascita in forme violente e distruttive. Resta tuttavia da chiedersi se questa forbice sia oggi l’unico scenario possibile.

H. Arendt afferma che la nostra essenza è essere-con-gli-altri, cioè appartenere a un mondo comune, grazie al quale è possibile porsi in relazione, e insieme mantenersi a una giusta distanza dall’altro. Lo spazio politico è proprio ciò attraverso il quale la relazione immediata, fusionale, si media grazie ai rapporti sociali, alla comunicazione e al dialogo attorno al tavolo, all’agire in comune. Se si toglie il tavolo del confronto, le persone si “cadono addosso” e non è più possibile discutere, dialogare. Le parole non sono grandi perché comunicano grandi pensieri, ma perché mettono in comunicazione gli uomini, li spingono cioè ad “azioni-comuni”, proiettandoli fuori di sé, nella sfera pubblica del discorso. L’azione e il discorso sono i due tratti tipici della vita umana, senza la quale essa perde spessore e dignità. Essere cittadini, abitare la polis, significa per la A. agire, fare discorsi, combattere ogni violenza, che di principio è muta, riponendo ogni fiducia nel dialogo e nella parola.

Occorre dunque cercare il clinamen, che sposti sia dall’individualismo ottuso e acquisitivo, sempre teso alla saturazione del proprio desiderio, sia dalla realtà regressiva della comunità fusionale, della comunità-tribù. La sfida è il ritorno a una pratica politica che sia energia di legame, relazione fra uomini e donne, abitanti di un mondo comune che esisteva prima della loro nascita e si spera possa esistere dopo la loro morte.

3. Il potenziale della crisi

La mia ipotesi è in primo luogo che la crisi attuale contenga, malgrado le patologie da esso prodotte, un potenziale emancipativo di ricommposizione; il quale consiste nella chance - del tutto inedita e sconosciuta a fasi precedenti della modernità - di creare una forma nuova di legame sociale.

Si tratta però, solo di una chance, che non arriva necessariamente ad attualizzarsi. La chance infatti, nel senso bataillano di “apertura al possibile”, richiede la messa in gioco di sé, la frattura dell’Io narcisistico, la capacità individuale di rivitalizzare risorse diverse da quelle esistenti nello scenario attuale. Sono sempre infatti possibili, da parte degli individui, reazioni di rimozione, o meglio di diniego, della realtà. Il diniego, infatti, come Freud ci insegna, è una sorta di sottile autodifesa dell’Io, il quale pur riconoscendo razionalmente una realtà penosa e difficile, impedisce che essa venga emotivamente sentita e partecipata. In altre parole, l’Io è in grado di vedere e riconoscere la crisi che lo circonda senza esserne però affettivamente coinvolto; o tutt’al più, egli risponde con una reazione emotiva anch’essa indeterminata, che non è più definibile come “paura”, ma piuttosto come “angoscia”, intesa come generico stato di ansia di fronte a minacce indefinite e non circoscrivibili.

Il problema è dunque quello di riattivare la paura senza cadere nella rete paralizzante dell’angoscia, e senza cedere alle sue spinte regressive. Solo in questo caso si può davvero parlare di “coscienza” della crisi: questa esige infatti, allo stesso tempo, il risveglio emotivo, che solo rende interiormente reale l’evento, e la capacità di porre una distanza razionale dall’evento che consenta di identificare i veri responsabili e di formare alleanze costruttive.

A questo interrogativo, che investe in prima istanza il piano antropologico, non si può che rispondere con una scommessa – in senso pascaliano - sul potenziale emancipativo della crisi e della debolezza: una scommessa dunque che accetti inevitabilmente e realisticamente la logica del rischio e dell’incertezza, ma che, allo stesso tempo, sia incoraggiata dall’effettiva presenza di eventi simbolici rivelatori di tendenze altre rispetto all’atomismo narcisistico e al comunitarismo regressivo.

4. Clinamen come chance

Invochiamo una dedizione, uno stile servizio che crea legami, che tesse relazioni. Una politica che sia energia di legame, che sa costruire una rete, che fa passare l’elettricità che tiene in vita la società. Occorrono gesti forti di allacciamento, come quando si cambia casa, e c’è bisogno di allacciarsi subito alla corrente per avere energia. La comunità civile oggi ha urgente bisogno di un nuovo allacciamento, che faccia circolare elettricità sociale positiva. Una nuova geografia delle passioni comuni.

L’atteggiamento solidale, di servizio prosociale diffuso trasforma in elementi di legame le zone di attrito, trasforma l’energia di attrito in energia cinetica. Come avviene coi ragazzi: occorre dirottare le energie verso esperienze positive, verso creatività e impegno responsabile, verso il fuori. Invece, proprio quando incomincia a crescere la forza biologica, emotiva e intellettuale, che ha bisogno di un corpo-mondo in cui immaginare, fuoriuscire, costruire, esprimersi, i ragazzi si trovano parcheggiati in quella terra di nessuno dove la famiglia non svolge più alcuna funzione e la società alcun richiamo, dove il tempo è vuoto, la scuola immiserita, l'identità senza riscontri e riconoscimenti. Il senso di sé non può che smarrirsi, l'autostima deperire. E chi non crea, distrugge. Chi si sente nessuno, deve sentirsi vivere, in qualunque modo.

Come indirizzare, valorizzare, rilanciare questa immensa energia potenziale, accumulata, inesplosa, sprecata, mal spesa? come riconoscerla, assumerla, indirizzarla, farla crescere, perché non si spenga o scoppi tutta insieme, improvvisamente, al primo incrocio metropolitano? Questa mi pare una delle prime questioni eminentemente politiche del presente. Questa è la questione dell’educazione, della scuola, della formazione dei giovani, del lavoro, del futuro della comunità. Non vedo governatori e amministratori della cosa pubblica ancora sufficientemente straziati dalla condizione giovanile presente (l’ultimo rapporto Istat rileva la presenza di due milioni di giovani che non studiano e non lavorano, nonché un tasso di disoccupazione giovanile salito quasi al 25 per cento; le debolezze del sistema formativo delle giovani generazioni e degli adulti, il sottoutilizzo delle risorse femminili; il sottoinquadramento sul posto di lavoro che interessa oltre quattro milioni di persone e configura uno spreco di capitale umano inaccettabile).

Ci mancano trasformatori di corrente. Vedo in giro solo riduttori. Ci mancano anche le prese. Servono punti di coagulo di energie positive, che alimentano passioni liete, comunitarie, donative. Le nostre città o sopravvivono in una luce invernale, oppure sono sempre a rischio di un corto circuito isterico, come alla stazione Anagnina di Roma o nella zona 5 di Milano, dove i tassisti rischiano grosso. De Rita due giorni fa sul Corriere è stato durissimo. “Questa è l’Italia delle pulsioni”: non ancora degli affetti (che sono passioni intelligenti). Da tempo il sociologo avverte: «Siamo nell’impero delle pulsioni interiori non più regolabili proprio da quelle norme che da sempre le contenevano. Quindi io posso rischiare la mia vita saltando da un balcone per il gusto di una scommessa e posso anche aggredire chi mi irrita e mi offende. L’unico metro morale sono io stesso». In molti giovani il sentimento della propria onnipotenza si coniuga con la percezione del proprio vuoto e della propria debolezza.

6. Pratiche del dono

Eventi simbolici assai promettenti sono riconoscibili in quel variegato e informale universo dell’agire sociale che possiamo riassumere nel concetto di “dono”: concreta rivelazione di una coscienza della debolezza che tuttavia non resta imprigionata nella paura, ma riesce a liberare inedite energie coesive, creando i presupposti di una nuova socialità degli umani.

Zona interstiziale e parzialmente sommersa, irriducibile sia allo spazio economico del mercato sia alla sfera politica dello Stato, il dono, nelle sue molteplici e concrete manifestazioni (dalle organizzazioni non-profit del cosiddetto Terzo Settore alle semplici pratiche soggettive di donazione: di tempo, di vita, di corpo ecc.), sembra poter incarnare quel “terzo paradigma” capace di inclinare le traiettorie ottuse delle logiche mercantili e di riattivare lo sfinimento dello spazio sociale.

Non è una questione teorica. Mettete un adolescente o un giovane a contatto con una situazione di disagio, dategli la responsabilità di prendersi cura di qualcuno. Quando accade, resterete tramortiti e increduli per come si muove in questo mondo. Resterete anche un po’ avviliti al pensiero di quante poche occasioni di dedizione noi adulti offriamo loro. E con quale slancio l’adolescente è capace di impadronirsene. Il legame sociale o si rifonda da qui, o affonda. Fra vent’anni atomi impazziti si saranno tutti trasferiti nel social network del momento. E nei luoghi di vita reale resteranno i meno avvezzi alle nuove tecnologie.

Il dono è energia di legame, creazione di uno spazio affettivo e gratuito, che interrompe la passività e l’indifferenza dello “spettatore” con un impegno – civile, politico – che è emotivamente fondato ed è capace di calarsi nella concretezza del corpo e della vita; risponde ad un bisogno di comunità, che tuttavia non si realizza più nella costituzione di spazi chiusi e identitari, garanti di uno speculare e rassicurante riconoscimento, ma nell’apertura all’estraneo, allo sconosciuto; nell’”ospitalità”, verso qualcuno che, pur senza volto né nome, ci appare tuttavia come il donatore di senso della nostra esistenza .

Occorre dunque affrontare la crisi nel suo statu nascenti: deve essere battuta sul tempo, primi che da crisi diventi massa critica. Non deve diventare solo attesa di eroi, santi, navigatori o mistici. Ben vengano, ma è rischioso aspettare semplicemente una soluzione “messianica”, un “deus ex machina” dall’alto. Nella storia, questo ha talvolta significato il blocco totalitario o la guerra civile, la guerra di tutti contro tutti.

È la destinazione orizzontale di questa energia all’altro che la potenzia: si deve spalmare, questa energia di legame. L’atto di rivolgerla a se stessi, il gesto dell’autorealizzazione, la mette in stallo e la fa esplodere per qualsiasi pretesto, anche un sorpasso in tangenziale, o una lite per un biglietto del tram.

La qualità delle relazioni è il destino della comunità. La capacità condivisa di inventarsi reciprocamente la vita, di trovare aperture nelle crepe e porte fra i calcinacci, come ogni inizio, appare sempre un miracolo: ma, come dice C. Wolf – ed è il refrain della postmodernità liquida – nella nostra sapienza pessimistica, cinica, blasè, ignobile, “noi abbiamo persino disimparato ad accettare i miracoli”.

Non si tratta però oggi di miracoli, o di slittamenti casuali, come dicevano gli antichi atomisti. Ora l’amore – usiamo questa parola eminentemente politica, strappiamola dalla sua connotazione semplicemente intima, privata, familistica – è diventato deviazione raccomandabile, miracolo necessario: da scegliere civilmente, più che da sentire romanticamente, se desideriamo uscire da questo vicolo cieco.

L’amore, come patto di solidarietà e servizio per il bene di tutti, chiede duro lavoro. Perché è produzione del comune e del condiviso: l’unico potenziale umano che sposta il mondo. È questo il clinamen.


MANTOVERRA’: LEGGERE IL FUTURO
intervento di Maurizio Fontanili
Presidente della Provincia di Mantova

Viviamo in Italia una situazione economica e sociale molto difficile. Non ci sono segni di ripresa produttiva e la crisi occupazionale è al suo apice in questi mesi.

La situazione che perdura da due anni è una crisi mondiale diversa dalle solite oscillazioni dell’economia. Molti anni passeranno prima che si ritorni a una situazione simile, anche se cambiata, a quella dei primi anni 2000. Perlomeno per il cosiddetto “mondo occidentale”.

In Italia a la crisi è più pesante per una serie di motivi strutturali:
- 1) il debito pubblico, costruito soprattutto tra gli anni ’80 e ’90, è più elevato di quello di tutte le altre nazioni europee;

- 2) la perdita culturale dello spirito di solidarietà e della voglia di fare che avevano animato cittadini e politici nei primi 35 anni del dopoguerra è ormai radicato; questa perdita è dovuta in gran parte alla mancanza di credibilità nelle istituzioni e quindi nella mancata fiducia nelle stesse da parte del cittadino. Molti tendono a chiudersi nel proprio particolare e a utilizzare furbizie e privilegi come strumento fondamentale per migliorare le proprie condizioni di vita. Così spesso accade che prevale la legge del più forte, del più furbo del più ribaldo. Il Paese appare dominato dai clan di cui quello di Berlusconi, dei suoi ascari e dei suoi mezzi di informazione, è quello dominante. Il Paese e il potere legislativo paiono bloccati sui problemi del padrone e di una oligarchia da difendere che pesano sulle spalle delle masse: oggi l’85% dei lavoratori vive con meno di 1300 euro al mese, e sono stati censiti 8 milioni di poveri.

- 3) Il numero di donne che lavora è molto basso, soprattutto perché il welfare relativo alla famiglia è completamente superato da una ventina di anni e in arretrato rispetto al resto della vecchia Europa.

- 4) la impossibilità di buona parte dei giovani meritevoli e capaci di inserirsi nel mondo del lavoro per il malfunzionamento dell’università e per gli sbarramenti artificiali che vengono frapposti sempre dai soliti privilegiati alla loro valorizzazione.

- 5) nei grandi centri di potere tutto sembra sottoposto a taglieggiamento in una morta gora in cui la burocrazia è solo lo strumento di una struttura inefficiente per difendere se stessa (ad esempio fondi Fas, grandi opere di emergenza, il Tibre e le altre autostrade)

- 6) Molto sfugge ai bilanci che vengono presentati dallo Stato. Confindustria ha fatto questo calcolo: il Pil annuo dell’Italia è 1550 miliardi di euro a cui si devono aggiungere il fatturato della malavita organizzata che vale 180 miliardi di euro, l’evasione fiscale 120 e l’esportazione di capitali 80 miliardi.
- 7) Abbiamo smarrito la più grande risorse che il paese aveva: il turismo. Trent’anni fa l’Italia era la nazione europea che vantava la più alta percentuale di Pil per il turismo: oggi è al 5° posto. Colpa di una politica promozionale dispersiva o assente e di una devastazione del territorio sistematica che, per esempio ha bruciato in urbanizzazione disordinata, dal 1990 al 2005, il 17% del territorio nazionale, 3 milioni di ettari.

Queste sono le ragioni per cui il nostro Paese ha una crisi più grave degli altri paesi occidentali e non offre palesi e concrete prospettive di recupero. Nonostante ciò gli italiani sono frastornati da mezzi di informazione drogati e in più sono un popolo di risparmiatori per cui la crisi nelle famiglie ha morsi meno che altrove e non siamo arrivati al disordine sociale.

Ho partecipato la scorsa settimana all’assemblea nazionale del partito in vostra rappresentanza e vi riferisco alcuni concetti che ho udito e che condivido.

Veltroni ha detto che solo una rivoluzione democratica potrà salvare il nostro Paese. In questa rivoluzione democratica si gioca il ruolo del partito democratico, di gran lunga il maggior partito di opposizione senza del quale non è possibile mandare via Berlusconi; chi attacca da destra o da sinistra il partito democratico, senza reali motivazioni, fa il gioco di Berlusconi. Le forze di opposizione attuali non sono sufficienti; occorre strappare consensi e spezzoni da chi oggi è schierato sul centro e sul centro destra o su coloro che non votano.

Secondo Bersani e Letta bisogna puntare sul sapere (conoscenza e formazione), sui giovani, sulle donne, sul lavoro degli uomini e delle aziende, cioè produzione e lavoro e sulla modifica di un welfare che è largamente superato e annacquato; e secondo Castagnetti gli uomini del Pd devono battersi per la riforma elettorale e poi, per far tornare la gente a votare, avere comportamenti credibili, seri, sobri, come una classe dirigente matura o da far maturare con fermo rigore sulla legalità e sui costi della politica.

Nella provincia di Mantova la crisi è stata complessivamente un po’ meno pesante per due motivi: il peso ancora elevato dell’agricoltura e dell’agrolimentare nel nostro territorio, benché non redditizio come alcuni decenni fa, ha potuto fare da cuscinetto. In secondo luogo la parcellizzazione della rete aziendale e produttiva ha fatto sì che il mondo produttivo si adattasse meglio alle difficoltà del momento in ragione della sua flessibilità. Infine, Mantova e in genere la provincia, hanno beneficiato dalla ripresa del turismo.

9 ANNI DI AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE

Pianificazione (con il consenso del territorio, Ptcp, )

Piani di settore (agricoltura, commercio, rifiuti, energetico, protezione civile)

Salvaguardia dell’ambiente (no a nuove centrali, difesa del Po)

Difesa del suolo dalle urbanizzazioni selvagge

Ptcp

Opere pubbliche (viabilità, strade, nuovi edifici scolastici e messa a norma di quelli esistenti

Promozione energia da fonti rinnovabili

Il Porto e le sue potenzialità con l’intermodalità

Formazione professionale (Agenzia speciale Forma, triplicati gli iscritti)

Università

Cultura (Cittadella della Musica, restyling palazzo della Cervetta, intensa attività espositiva alla Casa del Mantegna con mostre di forte richiamo come quella dedicata a Matilde di Canossa)

Turismo (Uffici Iat aperti con orario continuato 7 giorni su 7, call center, promozione in Italia e all’estero, Punto Informativo all’aeroporto Catullo, operazione su piazzale Mondatori per il nuovo albergo)

Agricoltura (piano agricolo triennale, promozione dei prodotti tipici, partecipazione a fiere e manifestazioni)

Sociale (Informagiovani, Informagenitori, corsi per operatori di Rsa ed educatori della scuola dell’infanzia)

Piani di area (Pisl)

Sport (gioco sport)

Protezione civile (colonna mobile provinciale di Protezione civile)

Piano Rifiuti

Piano Energetico

Piano Faunistico

Finanziamenti acquisiti con Servizio Progetti Speciali e Servizio Europa

Il lavoro dei Gruppi
ARIA DI FAMIGLIA
“La famiglia è la più privata e la più pubblica tra i tipi di organizzazione domestica realizzata nel tempo dall’uomo”
Emile Durkheim
PREMESSA
La famiglia rappresenta il primo e più importante nodo di quella rete sociale costituita da legami di parentela, di amicizia, di vicinato e di scuola o lavoro, che si genera a partire dai legami primari, si estende nell’ambiente sociale fino a costituire un tessuto di relazioni di appartenenza, essenziale per il definirsi dell’identità personale del singolo ed indispensabile alla protezione sociale della persona. Una famiglia che può essere riconosciuta anche nelle forme nuove e non più legate esclusivamente alla coppia tradizionale.

Per lungo tempo le politiche sociali hanno tuttavia centrato la loro azione sulla dimensione relativa a singoli individui o a categorie di soggetti che si caratterizzassero per la loro alterità rispetto alla norma. I servizi si sono quindi strutturati ed orientati al sostegno di particolari situazioni, originate dall'età, dalle condizioni di salute, dallo status socio-economico o da qualche forma di disagio.

Un significativo mutamento di rotta, in questo senso, è stato rappresentato dalla legge 285/97. Un vero elemento di svolta che ha assunto, fino alla riforma generale delle politiche sociali del 2000, una funzione indiscutibile di forza propulsiva per una nuova e positiva cultura del sostegno alla famiglia, basata sulle risorse e non sulle mancanze, sulla salute e non sulla malattia, sulla normalità e non sulla patologia, sull’educazione e non sulla terapia, sulla competenza e non sulla deficienza.

In questo quadro rinnovato è stato così possibile attivare numerose iniziative di supporto ai genitori, sul versante della consulenza educativa, della mediazione familiare (in caso di separazione), della formazione e del confronto (i corsi e le università per genitori, ecc.), dell’attenzione ai nuclei monogenitoriali, alle famiglie ricostituite, alla famiglia nella migrazione, per arrivare alla rivisitazione di interventi “tradizionali”, quali l’affido e l’accoglienza familiare.

I processi culturali messi in atto dalla legge settoriale 285 hanno, dunque, rappresentato l’opportunità di accrescere e consolidare elementi di consapevolezza, che possono essere interpretati come risultati acquisiti e che ritroviamo confermati negli orientamenti espressi dalla successiva legge quadro 328/00, andando cosi’ a configurare una linea di tendenza consolidata.

In questo quadro diversi attori attribuiscono anche una funzione pubblica alla famiglia che però non può essere lasciata sola, ma viceversa essere valorizzata.

Tuttavia le disponibilità di posti nei nidi che passano dal 30% dei bambini della fascia d’età interessata in Emilia Romagna all’uno virgola qualcosa in alcune realtà del sud , oppure il fatto che il ricorso alle assistenti familiari in Lombardia batta dieci a zero l’utilizzo dell’assistenza domiciliare dei comuni, sono esempi tra i tanti di come il “fai da te” sia in troppi casi l’unica soluzione.

La spesa sociale è assolutamente insufficiente eppure sarà la prima ad essere drammaticamente ridotta alla faccia degli ipocriti proclami familistici.

Resta naturalmente il patrimonio prezioso garantito da associazionismo, volontariato e forme spontanee di aggregazione che va protetto, valorizzato senza capestri o condizionamenti di sorta. Le stesse associazioni chiedono però che l’Ente locale assuma il suo ruolo nel sistema integrato affinché il welfare locale, articolato e multiforme, abbia anche un progetto e una direzione. Ma per le Regioni e gli Enti locali sono tempi di peste, i tagli crescenti, rischiano di annullare le protezioni sociali messe in campo seppure in modo geograficamente molto difforme.

In questo campo gli interventi di carattere promozionale e preventivo quali i sostegni alla genitorialità, alle famiglie numerose, la mediazione familiare in situazioni di separazione, le nuove tipologie di servizi per l’infanzia ecc… saranno inevitabilmente i primi (ma non gli unici) a finire sotto la scure.

La provincia su questi temi può giocare un ruolo importante a sostegno delle amministrazioni locali, assumendo il ruolo coordinamento su alcune azioni strategiche ed assumendo una funzione “sussidiaria” al lavoro complesso delle amministrazioni locali.

E’ ovvio, anche per quanto già citato, che il contesto territoriale di riferimento è quello del Distretto e del Piano di Zona come strumento di programmazione delle politiche sociali territoriali.

I contesti di intervento individuati, alcuni certamente trasversali con le altre aree, possono essere individuati nei seguenti:
L’EQUITA’ NELL’ACCESSO AI SERVIZI
Grazie al ruolo importante che la Provincia gioca rispetto all’ “osservatorio sui fenomeni” la proposta è quella di avere un’analisi costante sull’offerta dei servizi nella nostra provincia. Su questa particolare azione si intreccia fortemente il tema dell’equità nell’accesso i ( più poveri, meno poveri, la capacità di contribuire al costo dei servizi pubblici, la possibilità di capire chi è davvero indigente e chi invece non lo è). La proposta è quella che insieme agli ambiti distrettuali si elaborino degli indicatori per una giusta compartecipazione al costo dei servizi da parte dei cittadini al fine anche di misurare l’efficacia e la trasparenza dell’attività amministrativa.

QUALE SISTEMA DI SERVIZI
Nel nostro territorio, sul tema del sistema dei servizi, viviamo costantemente un conflitto culturale: quello dell’integrazione tra il modello lombardo centrato fortemente sulla libera concorrenza e quello che individua nel servizio pubblico la risposta più efficace al bisogno. Su questo, anche per garantire l’esercizio di quella libera scelta del cittadino ( non sempre garantita dal sistema lombardo), l’opportunità di definire criteri comuni di accreditamento dell’offerta sia pubblica che privata oltre che garantire un’ omogenea risposta alle famiglie garantirebbe anche un accrescimento continuo della qualità.

PARI OPPORTUNITÀ
Come ci dice una ricerca del Word Economic Forum, l’Italia si colloca al 72° posto per le politiche finalizzate alle pari opportunità di genere su 134 stati analizzati. Siamo al 49% di tasso di occupazione femminile, con crolli al sud e facile caduta nel sistema del sommerso. Per non parlare della percezione della maternità delle dipendenti come una vera e propria “disgrazia aziendale”; l’Isfol traccia un identikit sconfortante dell’impiegata madre che molto spesso rinuncia a ri-cercare lavoro dopo la maternità. La provincia di Mantova ha messo a punto delle azioni di eccellenza su questo ambito partendo dall’Accordo Quadro dalle esperienze di supervisione sui progetti legati all’art. 9 della Legge 53/2000, fino ad arrivare al riconoscimento da parte della Regione Lombardia quale il premio “Famiglia Lavoro”. E’ importante continuare questo lavoro di trasferimento di conoscenza e competenza finalizzate a sostenere le pubbliche amministrazioni e il mondo dell’impresa nel reperimento di finanziamenti legati all’art. 9 della legge 53/2000.

ATTENZIONE ALLE FAMIGLIE IMMIGRATE
Anche progetti locali come il nostro devono porre lo sguardo sui grandi mutamenti sociali che hanno affacciato nuovi nuclei familiari d’altrove.

La maturazione dei processi migratori ormai avanzata anche nel nostro Paese fa si che la nostra prospettiva di analisi debba per forza non far riferimento esclusivamente all’immigrazione individuale-maschile che ha caratterizzato i flussi degli anni ’80. Ora l’immigrazione si fa soprattutto familiare, mentre lo sviluppo delle opportunità nell’ambito dei lavori di cura porta a significative presenze individuali-femminili.

In tale contesto la dimensione familiare diventa un osservatorio privilegiato rispetto alle problematiche connesse all'immigrazione e alle relazioni interetniche.

Il territorio mantovano ha la grande risorsa del “Centro Interculturale” della Provincia, esperienza di eccellenza nel patrimonio nazionale. La valorizzazione ed il potenziamento del “ Centro Interculturale” consentirà al territorio di studiare azioni coordinate sul tema dell’immigrazione.

VALORIZZAZIONE DELL’ASSOCIAZIONISMO
Investire risorse sulle associazioni nei territori per valorizzare, dove valorizzare significa creare reti territoriali in grado di diventare interlocutori autorevoli per le amministrazioni locali specificatamente per l’analisi dei bisogni del territorio.

SPORT E TEMPO LIBERO
Nell’ambito delle politiche giovanili oltre alle buone esperienze messe già in campo dalla Provincia è importante promuovere azioni per riconoscere allo sport e tempo libero il ruolo di costruzione di relazioni positive in grado anche di prevenire il disagio.

PROGRAMMAZIONE SOCIO SANITARIA
Si tende spesso a sottovalutare l’importanza della partecipazione degli enti locali alla programmazione socio- sanitaria. E’ una questione importante che interessa il bisogno di “salute”, e quindi non solo di cura dei cittadini. Su questo tema è necessario che la Provincia assuma un ruolo di interlocutore autorevole insieme agli ambiti distrettuali nei confronti dell’ Azienda Sanitaria sugli strumenti di programmazione socio-sanitaria.

CRISI ECONOMICA E POVERTA’
E’ importante, proprio per il momento storico che stiamo vivendo, proseguire anche potenziando l’esperienza dei patti territoriali anti-crisi, per sottolineare sia l’investimento delle istituzioni sul tema della crisi oltre che la modalità di lavoro partecipata e condivisa tra i soggetti presenti sui territori.

Il lavoro dei Gruppi
QUALITA' DEL TERRITORIO, QUALITA' DELLA VITA

PREMESSA

La gestione e la conservazione del territorio sono due elementi che hanno un notevole impatto relativamente alla qualità della vita delle persone che lo vivono. E' evidente a tutti che le diverse modalità con le quali si intende mettere in atto il “governo del territorio” generi differenti implicazioni su quello che può essere lo sviluppo economico, la qualità della vita, la conservazione degli habitat naturali e delle specie animali.

IL CONTESTO NAZIONALE

L'Italia ha avuto da sempre un handicap rispetto ai principali Paesi Europei, quali la Francia e la Germania, in quanto presenta una superficie molto ridotta e per di più con la presenza di numerose zone montuose e collinari, a discapito delle zone di pianura.

Ciò ha comportato, in tutti i settori, dall'agricolo, passando al residenziale e sino all'industriale, uno sfruttamento altamente intensivo del territorio, che alla luce della situazione ambientale degli ultimi decenni non è più sostenibile.

A fronte della necessità di una maggiore attenzione nella gestione del territorio, gli strumenti che a livello nazionale il Governo propone sono quelli classici che vedono nell'edilizia e nello sfruttamento del territorio il volano per far ripartire l'economia.

Provvedimenti già approvati, nel presente e nel passato, quali ad esempio:

) il condono edilizio;

2) il piano casa;

e provvedimenti in itinere o già programmati, quali ad esempio:
1) la realizzazione di nuove centrali nucleari;

2) la deregolamentazione delle procedure abilitative per le ristrutturazioni edilizie senza il necessario rafforzamento delle procedure di controllo successivo, con evidenti effetti negativi al contrario di quella che è la semplificazione delle procedure.


E' del tutto evidente che, in una situazione economica difficile come quella attuale, rimettere in moto il volano dell'edilizia e dello sfruttamento intensivo del territorio può essere ritenuto un fatto positivo in vista di una ripresa generale. Negli ultimi anni si sono evidenziati anche i limiti di una politica di questo genere.

Bastano alcuni esempi per capire:
1) costruzioni in zone soggette a rischio sismico ed idraulico;

2) inquinamento diffuso e mancanza di fondi per le relative opere di bonifica;

3) abusivismo diffuso in assenza di controlli;

4) abbandono di zone collinari e montuose con mancato controllo del territorio;

5) concentrazione di impianti produttivi in zone che ormai sono residenziali, a causa della mancata adozione e attuazione di strumenti urbanistici adeguati.

Per quanto riguarda le infrastrutture a supporto del territorio, le difficoltà del bilancio statale, la crisi economica e anche il decentramento derivante dall'attuazione del Titolo V della Costituzione hanno fatto sì che vi fosse un rallentamento nella realizzazione di opere fondamentali, a scapito del collegamento tra le varie realtà territoriali nazionali ed europee.

Significativi i lanci pubblicitari relativi:

1) al ponte sullo stretto di Messina;

2) alla bacinizzazione del fiume Po;

3) alla manifestazione EXPO 2015;

 
e il blocco delle opere pubbliche dovuto:
1) al taglio delle spese infrastrutturali degli enti locali per il rispetto del patto di stabilità;

2) al decentramento di importanti funzioni a livello di viabilità ed il mancato finanziamento delle opere e dei servizi che gli enti locali si trovano a realizzare e gestire;

3) alla mancata liberalizzazione del mercato dei servizi di natura industriale, in particolare delle reti ferroviarie, elettriche ed energetiche, mantenendo in vita monopoli ed oligopoli che non favoriscono lo sviluppo.

IL CONTESTO REGIONALE

Se da un lato la Regione Lombardia ha confermato quelle che erano le linee guida del trasferimento delle competenze della programmazione nella gestione del territorio alle Province, per il tramite della Legge Regionale 12 del 2005, da un altro punto di vista si è riappropriata di alcune funzioni relativamente ad alcuni interventi sul territorio.

Nonostante la presenza di piani cave provinciali, la difficoltà in agricoltura di avere un adeguato sostegno al reddito ha fatto sì che nel giro di pochi anni si moltiplicassero le richieste per bonifiche agricole, laghetti per piscicoltura e per irrigazione. A fronte di queste richieste, la maggior parte delle quali molto dubbie, la Provincia di Mantova ha cominciato un operazione di verifica sulle stesse, sia in merito all'economicità che all'opportunità di tali operazioni. Ciò ha fatto sì che la Regione Lombardia si riappropriasse di tali funzioni, scavalcando gli enti originariamente preposti all'opportuno controllo del proprio territorio.

Per quanto riguarda le infrastrutture, la Regione Lombardia non agisce neppure nel ruolo di arbitro nella gestione delle problematiche relative alle reti infrastrutturali: l'esempio lampante è quello della gestione della velocizzazione della tratta ferroviaria MILANO – MANTOVA, lasciando con il cerino in mano gli enti locali, che si dividono, per la difesa dei cittadini e dei servizi che vengono loro offerti, sulla soppressione o meno delle fermate presso le proprie stazioni. Un ruolo diverso sta invece svolgendo nell'ambito della gestione dei tagli previsti dalla manovra finanziaria del Governo nazionale, tagli che però colpiranno notevolmente il settore del trasporto pubblico, più quello su strada che quello su rotaia. Questo però va contro le politiche fin d'ora fatte di risanamento dei conti di Apam, che a partire da gennaio si troverà con la spada di Damocle sulla testa: riportiamo i bilanci in perdita o tagliamo le corse?

In assenza di indirizzi chiari e di politiche di sostegno a determinati settori, questa politica ha l'effetto di scaricare la tensione di provvedimenti discutibili non sugli enti che devono prendere le decisioni ma su quelli che tali decisioni le devono subire. Tutto ciò in una visione che è il contrario di quello che il Partito Democratico ritiene debba essere il federalismo, cioè trasferimento di potere decisionale e autonomia finanziaria a favore del territorio.

Al di là delle misure contingenti del momento, c'è da rilevare inoltre che anche nel lungo termine la Regione Lombardia non ha dato un contributo decisivo alla rete infrastrutturale del nostro territorio. Le problematiche relative alla viabilità dell'Alto Mantovano, la problematica relativa alla Goitese e alla sua tangenziale, il mancato potenziamento della linea ferroviaria MANTOVA – MILANO, le promesse mai realizzate sui finanziamenti FAS a favore della nascita delle officine della FER (Ferrovie Emilia Romagna) a Sermide sono tutti sintomi di una disattenzione al nostro territorio che nel lungo periodo potrebbero provocare il disinvestimento produttivo o la migrazione della popolazione in realtà a più forte attrazione.

Un capitolo a sé merita il discorso tutela dell'ambiente: il settore bonifiche della Regione Lombardia non ha le risorse necessarie per far fronte neppure alle bonifiche di livello regionale e garantisce a fatica i fondi per l'ordinaria amministrazione ed il controllo dei livelli di inquinamento. Il risanamento di alcuni importanti siti inquinati della Provincia di Mantova (Asola – Castiglione delle Stiviere) va avanti con fatica, i progetti sono al vaglio dei tecnici, ma d'altro canto si autorizzano discariche e impianti di smaltimento di rifiuti pericolosi a confine con territori già feriti.

Emblematico è quanto è accaduto a Castiglione delle Stiviere, dove in presenza della Pirossina, di problemi alla falda e di importanti industrie alimentari, vengono autorizzate dalla Regione Lombardia a Montichiari, al confine con Castiglione, una discarica di amianto ed un impianto di trattamento di amianto, laddove sono già presenti altre tre discariche!!!

In merito al disinquinamento del polo industriale di Mantova, nonostante gli interventi di controllo e pressione effettuati dalla Provincia e dal Comune di Mantova, la Regione non ha dato supporti decisivi alle richieste per una soluzione a livello romano del problema.

IL CONTESTO PROVINCIALE.

 A livello provinciale si sono recepite appieno quelle che erano le linee guida della Legge Regionale 12 del 2005 in materia di programmazione e di consumo di suolo. Il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) ha infatti invertito quella che era una forte tendenza, cioè quella della continua urbanizzazione del territorio, sia per ragioni di carattere residenziale che di carattere produttivo, introducendo, sulla base di dati storici e dell'andamento del consumo di suolo in rapporto all'effettiva utilizzazione dello stesso, delle percentuali di consumo sostenibile per i prossimi anni, salvaguardando i piccoli comuni ed i territori a bassa crescita prevedendo percentuali superiori e possibilità di deroghe in funzione di importanti insediamenti che favoriscano lo sviluppo generale, in coordinamento con i territori circostanti.

Tale misura, ragionevole nella sostanza ed anche nei numeri, è stata fortemente contrastata in consiglio provinciale ed in altre sedi dal centrodestra (secondo il quale si introducevano norme dirigistiche e lesive dell'autonomia degli enti locali, illiberali e quasi sovietiche, violando la libertà di iniziativa), ma risponde a tre principi fondamentali che non possono essere messi da parte:
a. il territorio è limitato ed il suo uso va razionalizzato;

b. attualmente in Provincia di Mantova vi sono circa 700 aree produttive in 70 Comuni, non tutte attuate o completamente sfruttate;

c. il recupero delle aree industrializzate e residenziali dismesse o degradate deve essere posto ai primi posti nelle scelte delle varie amministrazioni locali.


 Relativamente alla rete infrastrutturale del nostro territorio, la Provincia di Mantova in questi anni si è impegnata notevolmente, sia sul fronte delle risorse impiegate sia sul fronte degli accordi di programma con gli enti locali di tutti i livelli, per la realizzazione di varie opere stradali.

 Solo per il 2010 la Provincia di Mantova ha aperto cantieri e iniziato le procedure per opere viarie per oltre 90 milioni di Euro (tangenziale di Guidizzolo, Bretella A22 – Valdaro, 1° lotto della variante di Marmirolo, raccordo SP 80 – SS 12 ad Ostiglia, secondo lotto Gronda Nord, completamento tangenziale di Breda Cisoni, secondo lotto della tangenziale di Quistello - POPE, messa in sicurezza delle pile del ponte sul Po tra Viadana e Boretto, oltre ad altre opere minori) mentre nei 10 anni precedenti sono stati effettuati interventi sulla viabilità provinciale per circa 300 milioni di Euro, con 56 Km di strade realizzate e riqualificate, tra cui la tangenziale di Mantova, la riqualificazione della Cavallara ed il primo tratto della Strada della Calza.

Alcune di queste opere, in particolare la tangenziale di Guidizzolo e il secondo lotto della tangenziale di Quistello - POPE, potrebbero subire dei ritardi, in quanto la manovra d'estate del Governo ha ridotto i finanziamenti e le possibilità di spesa per gli enti locali in corso d'anno.

Per quanto riguarda la rete ferroviaria sono in corso attualmente delle azioni, che coinvolgono tra gli altri gli enti locali e le camere di commercio, per realizzare un'unica progettualità sulla tratta Mantova – Verona, mentre più complicato è il rapporto con la Regione Lombardia per un miglioramento delle condizioni della linea Milano – Mantova, che anche nei giorni scorsi è stata oggetto di un intervento della Regione che velocizzerà di 10' la percorrenza, riducendo però le fermate nelle stazioni di Castellucchio, Marcaria e Bozzolo. Fondamentale per una riqualificazione della suddetta rete ferroviaria saranno le risorse di EXPO 2015, che può rappresentare una notevole opportunità per tutto il territorio, lombardo e mantovano, se chi dovrà gestire l'evento ed i fondi uscirà dallo schema che tenta di far diventare la kermesse mondiale un fatto relativo al solo hinterland milanese.

Nel trasporto pubblico locale è da segnalare il forte impegno della Provincia di Mantova relativamente alla soluzione delle problematiche di bilancio della società APAM, con la separazione tra il soggetto operativo e quello gestionale e l'individuazione di un partner pubblico del settore per rafforzare la propria posizione sul territorio e trovare un alleato forte per i prossimi appuntamenti che vedranno una liberalizzazione del trasporto pubblico in ambito locale. C'è comunque grande timore per il futuro del trasporto pubblico su gomma: il taglio di risorse nel settore, dovuto alla manovra d'estate del Governo, rischia di incidere pesantemente sul servizio, sul numero delle corse e sulla qualità. Si imporranno di conseguenza nuove strategie gestionali, in grado di garantire servizi essenziali, quali il trasporto degli studenti, il collegamento con le zone più remote della provincia, nonché la tutela delle fasce più deboli.

Relativamente al sistema portuale mantovano di Valdaro, si è riusciti a costruire il tassello mantovano alla rete del Nord Italia, grazie a diversi finanziamenti pubblici, anche da parte dell'Unione Europea, e alla presenza di privati che hanno creduto in quest'opera. Attualmente il sistema portuale è composto da alcuni porti privati, dal pipeline di Viadana e dal porto di Valdaro e nel corso del 2009 ha movimentato merci per oltre 500 mila tonnellate di merci, che potenzialmente possono arrivare sino a 5 milioni di tonnellate nei prossimi anni.

Infine sono da ricordare i fondi ottenuti dall'Italia e dall'Europa per fare sistema su interventi in tutto il territorio provinciale, sia per quanto riguarda le aree ad Obiettivo 2 sia per quelle inserite nei GAL.

In campo ambientale il ruolo della Provincia di Mantova è stato rilevante, sia per quanto riguarda i controlli, sia per quanto riguarda le procedure autorizzatorie. Da questo punto di vista un'attenta analisi dei costi/benefici ambientali ha sempre guidato l'esame delle richieste di impianti produttivi a forte impatto, concordando spesso valide misure compensative in grado di mitigare effetti rilevanti sulla viabilità, sulla rumorosità, sulla salubrità delle emissioni.

Per quanto riguarda i siti inquinati la Provincia, in accordo con gli enti sovraordinati e con gli enti proposti ai controlli, ha proseguito nella sua attività di valutazione delle proposte di bonifica e di monitoraggio delle aree più soggette a rischi ambientali, quali ad esempio il Polo Chimico di Mantova.

In questo ultimo caso l'accordo con le aziende per il monitoraggio dei valori degli inquinanti, il sostegno alla richiesta del Comune di Mantova al Ministero dell'Ambiente per la bonifica dell'area e le conferenze di servizi per verificare le modalità di contenimento dell'inquinamento alla sola area interessata dalle aziende, sono gli atti che oggi consentono di portare avanti ulteriori iniziative per iniziare e terminare positivamente nei prossimi anni una bonifica che non può più essere rimandata.

LE PROPOSTE

In un quadro che si preannuncia per il 2011 molto difficile, sia perché la crisi economica mondiale non è ancora alle nostre spalle, sia perché la manovra d'estate del Governo nazionale ha ridotto ulteriormente trasferimenti e margini di manovra anche su investimenti strutturali, abbiamo il dovere di mettere in campo una proposta concreta che sia in grado di garantire di rispondere ad almeno quattro obiettivi:
1) SOSTENIBILITA' E RESPONSABILITA'

Ogni proposta ha la necessità di essere valutata non solo in quanto tale, bensì tenendo conto della complessità in va inserita nel territorio.

Dal punto di vista ambientale spesso una strada, un impianto produttivo, una discarica hanno un proprio impatto che viene mitigato sulla base di quanto prevede la normativa vigente, ma più strumenti in una stessa zona moltiplicano gli effetti più che proporzionalmente.

Non sono più consentiti no pregiudiziali, ma dobbiamo dare risposte sulla base della nostra capacità di assorbire sul territorio i risultati delle nostre azioni.

Dobbiamo farci carico responsabilmente di quelli che sono i nostri interventi e le nostre azioni, accettando anche misure che comportino la messa in sicurezza del territorio a seguito dei danni che provochiamo.

2) CHIAREZZA

E' nostro dovere informare con la massima chiarezza alla gente le proposte che ci proponiamo di presentare. Anche i più semplici punti di un programma possono diventare fonte di resistenza ed incomprensione se non adeguatamente illustrati e spiegati. Il caso dei rifiuti è emblematico: nonostante possano essere chiari obiettivi e modalità di intervento, spesso vediamo forti resistenze ad attuare cambiamenti che a breve possono dare dei fastidi, ma che nel lungo periodo sono virtuosi. E' solo un esempio, ma quante volte il pregiudizio ha la meglio sulla ragione? Dobbiamo sforzarci maggiormente per spiegare il più chiaramente possibile vantaggi, svantaggi, opportunità di talune scelte piuttosto che di altre.

3) COLLEGAMENTO CON IL MONDO

Pur essendo Mantova una realtà di prim'ordine in alcuni settori, vedi l'agroalimentare e la cultura, non possiamo pensare di essere per sempre un'isola felice che rifiuta il contatto con l'esterno. E' prioritario realizzare dei ponti con l'esterno e questo può essere fatto per il tramite di infrastrutture materiali ed immateriali.

Per quanto riguarda il primo tipo, la facilità di accesso alle principali reti viarie stradali, ferroviarie e fluviali è fondamentale per la crescita della nostra economia e per diminuire il tempo necessario per raggiungere un qualsiasi punto all'esterno della nostra provincia.

In merito alle infrastrutture immateriali, Mantova ha un un ritardo inaccettabile nello sviluppo omogeneo territoriale della rete internet. Molte aziende hanno necessità di collegarsi con l'esterno per la promozione dei lori prodotti, ma spesso le ragioni dei piccoli enti locali si scontrano con i grandi interessi delle aziende di telecomunicazione. La Provincia deve farsi promotrice di un'azione forte per smuovere una situazione che rischia di far scappare molti investimenti sul nostro territorio per carenza di reti telematiche.

4) PROVINCIA COME MOTORE DI AZIONI A FAVORE DEL TERRITORIO

Il ruolo della Provincia dipende dalle funzioni che le vengono assegnate dalla Regione: viabilità, agricoltura, commercio, urbanistica. Ma c'è una funzione che è altrettanto importante, il ruolo di coordinamento di azioni a favore del territorio che i singoli enti locali non sarebbero in grado di esercitare. In questi anni la Provincia è stata motore per l'afflusso sul nostro territorio di finanziamenti, europei e non, ben superiori in valore assoluto e proporzionalmente a molte province della Regione Lombardia. Se questo ruolo deve essere ulteriormente rafforzato, crediamo sia necessario anche far diventare la Provincia un ente che si fa paladino di azioni in rappresentanza di enti locali che difficilmente avrebbero voce in capitolo. Il singolo Comune spesso

può far ben poco di fronte a grandi aziende, a interessi rilevanti nelle richieste di ammodernamento delle reti di telecomunicazione, nella gestione di bandi comunitari, nella gestione di pratiche del commercio, per le pratiche di esproprio. Il rafforzamento di queste funzioni giustifica ancor di più la vita di un ente che per sua natura è di collegamento tra un ente locale superiore e quelli inferiori.

Se questi sono i principi che devono guidarci nell'individuare le nostre proposte e nella gestione degli eventi nel campo delle infrastrutture e della qualità della vita, alcune tematiche possono già essere obiettivi naturali per il nostro programma.

A) AMBIENTE
Il tema dell'acqua, del suo trattamento e della sua depurazione, della sua distribuzione, della sua pubblicità è ineludibile, tenuto conto che noi consideriamo l'acqua un bene pubblico non disponibile.

Il tema delle immissioni nell'aria, collegato alle politiche degli insediamenti produttivi ed agroalimentari, della viabilità, dell'energia dovrà

Il tema della tutela del territorio in tutte le sue accezione: agricolo, zone protette, fiumi, colline, in rapporto con le attività che sono e che dovranno insediarsi.

La tutela del suolo e delle acque dall'inquinamento e dalle possibili fonti di inquinamento è la priorità per la nostra salute ed il futuro dei nostri insediamenti.

B) VIABILITA'
Collegamento della rete provinciale alle principali dorsali di viabilità nazionali ed europee, definendo accordi e realizzando tratti quali ad esempio:

a) terza corsia  nel tratto Verona – Modena;

b) Cremona – Mantova e collegamento con la A22;

c) TIBRE sino alla congiunzione con la Cremona – Mantova

d) chiusura tangenziali di Mantova dopo opportuni studi di fattibilità ambientali e di sostenibilità economica.

Rafforzamento della rete ferroviaria locale, in direzione nord (Verona) e sud (Parma e Reggio Emilia).

Valorizzazione dell'intero sistema fluviale a supporto del porto di Valdaro.

C) AGRICOLTURA
La Provincia deve essere in prima linea per garantire un adeguato sostegno al reddito delle imprese agricole fornendo consulenza e valutando impianti per la produzione di energia da biomassa, privilegiando la sostenibilità degli impianti con l'approvvigionamento in loco delle risorse.

Creazione di nuovi marchi a tutela delle protezioni locali.

Recupero e promozione dell'attività agricola in zone attualmente in forte difficoltà.

D) URBANISTICA E PROGRAMMAZIONE DEL TERRITORIO

Collaborazione con gli enti locali per un corretto utilizzo del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, strumento per una programmazione ed una corretta gestione del territorio, bene prezioso che non può più essere sprecato.

Definizione di strumenti di valutazione adeguati per un corretto insediamento di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, coerenti con il recupero di zone degradate ed il sostegno al reddito delle imprese agricole.

Il lavoro dei Gruppi
GUARDIAMO AL FUTURO: ACCESSO ALLA CULTURA


PREMESSA
La creazione e l’affermazione del “modello” dei sistemi, nel nostro caso quello culturale e quello turistico, ha caratterizzato l’azione di governo della Provincia di Mantova negli ultimi 10 anni. L’aggregazione dei musei, delle biblioteche, dei teatri, dei circuiti musicali, dei territori Matildici e rivieraschi del Po, degli uffici turistici formano oggi una rete coordinata di servizi e attività diffusa su tutto il territorio provinciale, che ha dato risultati eccellenti quali una programmazione coordinata, l’attivazione di economie di scala, l’accrescimento della forza propositiva e contrattuale del territorio (che la Provincia ha potuto spendere in sede regionale e nazionale), l’attivazione di connessioni virtuose tra cultura ed economia, tra sapere, accoglienza e filiera produttiva territoriale.

Il naturale sbocco dell’attuale modello dei sistemi culturali e turistici lo individuiamo nella creazione di un sistema provinciale integrato: e cioè di un sistema capace di moltiplicare la valorizzazione delle eccellenze, dei servizi e delle attività culturali e turistiche e capace, allo stesso tempo, di connettersi con quello formativo ed economico.

Partiamo quindi da qui, da un “patrimonio” che è nostro, risultato delle scelte che abbiamo compiuto, e da qui proviamo a costruire un nuovo orizzonte.

Per farlo ci sembra necessario riformulare, ampliandola, la nostra tradizionale definizione del fare cultura, perché alle categorie che conosciamo dobbiamo aggiungerne altre: il valore della relazione, dello stare con gli altri, del fare comunità; la qualità della vita, l’attenzione alla persona e all’ambiente, la garanzia del libero accesso al sapere e la valorizzazione delle eccellenze; infine, il piacere della condivisione.

Sui giovani, sulla valorizzazione della cultura del nostro tempo e sul rapporto cultura/economia/territorio pensiamo possano essere avanzati impegni importanti e nuovi per il futuro.

Giovani.

La Provincia può avere un ruolo importante sia per garantire ai giovani forme diffuse, agevoli ed efficienti di accesso ai servizi e alle attività culturali che per favorire la creatività giovanile, che andrà sostenuta attraverso la disponibilità di spazi e la valorizzazione delle nuove produzioni. In questo senso i giovani costituiscono un potenziale da non disperdere, un coagulo di energia positiva attraverso il quale tenere in vita la nostra società.

Promuovere la cultura scientifica ci sembra un altro elemento di novità sul quale vale la pena lavorare nei prossimi anni, per completare un binomio Università/Industria che in assenza di una cultura scientifica diffusa rischia di impoverirsi ed esaurirsi, facendo arretrare il nostro paese e il nostro territorio sul tema dell’innovazione.

Cultura del nostro tempo. In una città e in un territorio fortemente segnati dalla propria storia e dalla presenza di eccellenze artistiche di valore assoluto che ne sono una chiara espressione, l’attenzione alla cultura contemporanea sembra essere un elemento di discontinuità. Noi pensiamo invece che il passato e il moderno si devono tenere, devono dialogare, perché solo così saremo in grado di valorizzare la storia e renderla attuale e significativa. In questo senso pensiamo, ad esempio, alla funzione di carattere provinciale della Casa del Mantegna e alla rete di spazi e istituzioni provinciali (Suzzara, Viadana, Gazoldo degli Ippoliti, Quistello) che possono costituire un circuito, un piccolo sistema dedicato alla valorizzazione della cultura visiva del nostro tempo. Più in generale, la funzione della Provincia può essere quindi individuata nel sostegno a progetti culturali aventi questa specifica funzione.

Cultura/economia/territorio.

I due Distretti Culturali “Dominus” (oltrepo’) e “Regge Gonzaghesche” (Mantova e Comuni gonzagheschi), costituiti, riconosciuti e sostenuti dagli enti locali, da Fondazione Cariplo e dalla Provincia saranno, nei prossimi tre anni, una importante e concreta occasione per sperimentare un percorso per noi nuovo nelle forme nelle quali si è venuto delineando: considerare la cultura quale occasione di crescita delle persone, dei patrimoni, dei servizi e delle economie dei territori. Una sfida importante, che metterà alla prova una significativa porzione del territorio provinciale e misurerà la nostra capacità di ripensare la cultura quale strumento attivo di sviluppo.

Altre questioni si pongono alla nostra attenzione: il passaggio del sistema culturale da una funzione sostanzialmente distributiva ad una che comprenda il fattore della produzione; la valorizzazione del sistema dell’editoria mantovana, per cercare di declinare anche in questa forma le straordinarie opportunità rappresentata dal Festivaletteratura; la funzione di carattere sempre più provinciale che dovrà assumere il Conservatorio di musica di Mantova, dopo la realizzazione della Cittadella della Musica e oggi possibile punto di riferimento di un sistema educativo diffuso; l’opportunità di tornare a considerare il Teatro Sociale di Mantova un luogo strategico di programmazione e produzione teatrale/musicale/di danza attraverso la creazione di una Fondazione ad hoc.

Turismo.
La Provincia di Mantova in questi anni ha investito nel sistema informativo e nei servizi che hanno accompagnato l’importante crescita dell’industria turistica mantovana. Oltre alla stretta connessione che deve continuare a sussistere tra cultura e turismo, vi sono alcuni filoni che vanno ulteriormente sviluppati e accreditati quali il turismo congressuale, la valorizzazione dell’Osservatorio provinciale, la crescita della nostra capacità ricettiva attraverso la configurazione di un modello attivo che relazioni enti pubblici e privati. In ogni caso, per far fare a Mantova e alla sua provincia un ulteriore salto di qualità in questo settore occorre senza dubbio trovare nuove risorse per la promozione e l’accoglienza, essenziali voci di investimento al fine di rendere competitivo il nostro territorio.

Utimo ma non certo meno importante fattore di crescita per i giovani, a cui vanno molte delle attenzioni qui espresse, è lo sport.

Con il progetto Giocosport la provincia di Mantova si pone tra i territori all’avanguardia per la diffusione delle pratiche sportive nella scuola. Il tessuto sportivo mantovano è estremamente attivo e degno della più forte attenzione della Provincia, chiamata a sostenere l’intero sistema e a valorizzare gli effetti positivi che lo sport può rappresentare anche in termini turistici.
In conclusione.

Mentre nello sviluppo/trasformazione del modello dei sistemi in un sistema provinciale integrato individuiamo l’opportuno sbocco di un percorso coerente compiuto in questi anni dalla Provincia - ed è solo un esempio dei numerosi sbocchi naturali possibili (vedi il Conservatorio o l’accoglienza turistica) - gli altri punti di forza individuati – giovani, cultura del nostro tempo, rapporto tra cultura economia e territorio - rispondono alla necessità di costruire una “nuova geografia delle passioni comuni”, un nuovo fare comunità destinato a determinare, come abbiamo detto più volte durante questo seminario, una più alta qualità delle relazioni sociali.

Il lavoro dei Gruppi
GUARDIAMO AL FUTURO: IL PENSIERO RENDE LIBERI.


Premessa

Nel contesto della progettualità del Partito Democratico la Scuola è un tema di assoluta rilevanza, lo è sempre stato e lo è a maggior ragione nella situazione di particolare criticità che essa sta vivendo nel nostro paese e nei nostri territori a seguito dell’imponente, epocale, taglio alle risorse imposto dalla legge Tremonti-Gelmini.

Gli studenti, le famiglie, gli Enti Locali stanno ora prendendo drammaticamente coscienza del significato della “contro-riforma” in atto: si accorgono della realtà che sta dietro gli annunci, di quali sono i soggetti su cui si abbatte il taglio , di quali scenari si prospettano per la formazione dei nostri giovani.

ESSI SONO IL VERO FULCRO DELLA NOSTRA ATTENZIONE, ESSI SONO LA NOSTRA PROSPETTIVA DI FUTURO. SONO L'IMMENSA ENERGIA POTENZIALE DEL NOSTRO PAESE

E’ questo il momento, quindi, di essere pronti ad avere un progetto sulla scuola che si caratterizzi per incisività, intelligenza e concretezza.

IL CONTESTO NAZIONALE E LOMBARDO

Innanzitutto collocare il nostro progetto provinciale nella progettualità lombarda e nazionale.

Il Partito Democratico ha sviluppato momenti di confronto a livello nazionale e regionale a cui anche Mantova ha partecipato attivamente : conferenza programmatica regionale del 18 giugno a Milano, assemblea regionale del 18 settembre, assemblea nazionale dell‘8/9 ottobre a Varese (All.1, 2, 3). L’analisi e le proposte emerse e condivise sono sintetizzate nei documenti prodotti . Tali documenti saranno il quadro valoriale e programmatico in cui collocare l’ulteriore declinazione “mantovana” dei contenuti e delle proposte. In particolare il documento dell’8/9 ottobre (assemblea Nazionale di Varese) sintetizza le idee-chiave del progetto di scuola del Partito Democratico.

In esso, partendo dalla considerazione che gli obiettivi di Europa 2020 mirano ad una crescita intelligente, inclusiva e sostenibile, ci si pone innanzitutto l’obiettivo per l’Italia, fanalino di coda dell’Europa, di dimezzare la dispersione scolastica e triplicare il numero di laureati. Il rapporto ISTAT 2009 fa emergere un vero e proprio allarme educativo ( si vedano i dati sconcertanti riportati dal documento): l’Italia ha un primato negativo in Europa, infatti il divario nei livelli di istruzione della popolazione italiana è molto elevato rispetto ai paesi. Il governo italiano risponde con un taglio di 8 mld di euro e il licenziamento nel triennio di 132.000 addetti fra docenti ed Ata.

Il Partito Democratico sostiene il diritto universale all’istruzione, nella consapevolezza che la scuola è l’unico vero ascensore sociale. Quale scuola? Una scuola dell’uguaglianza e della libertà, che mira a conseguire risultati d’apprendimento alti per tutti gli studenti, una scuola della Costituzione e dei Diritti dell’Uomo. Una scuola democratica che educhi alla cittadinanza. La nostra concezione di uguaglianza, si precisa come parità di opportunità e lungi da qualsiasi appiattimento, il nostro modello di scuola educa nella differenza, favorendo il più possibile la personalizzazione dei percorsi pur nel perseguimento di pari livelli di competenze e abilità. La nostra è una scuola della inclusione e della promozione della persona.

Dieci i punti programmatici:

1. Un nuovo piano straordinario per un’educazione di qualità 0-6: anche il nido e la scuola dell’infanzia devono essere considerati servizi educativi a tutti gli effetti ed entrare nel progetto formativo complessivo che parte dall’inizio della vita dell’individuo e dovrebbe continuare per tutta l’esistenza (long life learning).

2. Scuola primaria: nessun bambino sia lasciato indietro. Grande valore hanno il modello del tempo pieno e delle compresenze , come testimoniato dai risultati Invalsi e dai rapporti Ocse.

3. Una scuola autonoma nel sistema delle autonomie scolastiche: è importante rafforzare il rapporto fra istituti scolastici ed enti locali. Il territorio offre opportunità di rinnovamento della didattica, di relazione fra scuola e comunità, di autonoma progettualità formativa. Il Partito Democratico propone una piena attuazione del titolo V della Costituzione e una piena realizzazione del principio di sussidiarietà

4. Dai livelli essenziali delle prestazioni (lep) ai livelli essenziali degli apprendimenti e delle competenze (leac): garantire l’unitarietà su tutto il suolo italiano dell’ordinamento dell’istruzione , utile al raggiungimento degli obiettivi che la strategia di Lisbona ha indicato.

5. Risorse umane e finanziarie certe per la scuola dell’autonomia: dagli organici di diritto e di fatto, agli organici funzionali ad ogni singolo istituto. In tale modo si garantisce stabilità pluriennale delle risorse umane e finanziarie.

6. Un moderno sistema di valutazione per una scuola pubblica di qualità: necessaria la introduzione di un sistema di valutazione nazionale che includa scuole, dirigenti e docenti, su base volontaria, che permetta una piena valorizzazione del merito.

7. Formare e reclutare gli insegnanti di domani: importantissima la formazione dei docenti e la stabilità degli stessi che non può essere data dal precariato troppo esteso nell’attuale sistema scolastico.

8. Cambiare la scuola per dimezzare la dispersione scolastica: rafforzare l’azione orientativa della scuola, la parità dei percorsi, la continuità dei percorsi.

9. Istruzione e formazione professionale di qualità: dare qualità all’istruzione e alla formazione professionale è dare ossigeno a quel bisogno di innovazione e “menti d’opera” di cui il mondo economico ha assolutamente bisogno.

10. Un piano straordinario per l’edilizia scolastica: è necessario garantire la sicurezza e la funzionalità degli edifici scolastici.

Il Partito Democratico ha, anche sulla scuola, un progetto preciso.

IL CONTESTO PROVINCIALE
Tornando a noi, a questo punto è opportuna, a monte di qualsiasi proposta, una analisi il più precisa e ricca possibile della situazione mantovana, un’attenta ricognizione delle problematiche della scuola nel territorio provinciale e nei singoli territori.
Criticità

· Innanzitutto esiste la criticità generale dell'innalzamento del numero degli alunni per classe. Esistono molti classi che hanno fino a 32-35 alunni con conseguente disagio nella didattica e problemi nella sicurezza.

· A ciò si aggiunge un generale aumento della popolazione scolastica dalla scuola dell'infanzia alla secondaria superiore che impone un aggiornamento e adeguamento delle strutture.

· Mancano palestre, soprattutto nella realtà cittadina , e ciò impedisce di dare pieno impulso all'attività sportiva per i giovani così importante per l'educazione alla salute, l'integrazione e la socializzazione e molto altro

· Le piccole scuole, presidio di comunità soprattutto nel territorio provinciale, anche a causa della normativa vigente e della compressione e riduzione degli organici, rischiano la chiusura con danno delle famiglie e delle comunità stesse e vanificazione degli investimenti.

· Le risorse delle scuole per il funzionamento sono minime tanto da rendere necessaria la richiesta alle famiglie di contributi volontari già dalla scuola dell'infanzia e primaria, per arrivare ad un significativo aumento nella scuola secondaria. Tale contributo si configura come una tassazione occulta, imposta dalla situazione, che ricade pesantemente sulla cittadinanza.

· Il trasporto scolastico, a causa delle risorse continuamente in calo che vedranno dal prossimo gennaio 2011 un ulteriore precipitare della situazione dovuta al taglio di trasferimenti agli enti locali della legge finanziaria Tremonti, prospetta notevoli criticità e difficoltà. La grande varietà di orario determinata dal riordino della secondaria del ministro Gelmini aggrava le difficoltà, come testimoniato dall'inizio dell'anno in corso. A ciò si aggiunge l'impossibilità da parte delle scuole di svolgere un adeguato servizio di accoglienza e sorveglianza degli alunni al di fuori dell'orario scolastico, nei tempi di attesa del mezzo di trasporto, a causa dell'assenza di risorse sul personale docente e ATA.

· Il taglio agli enti locali, in generale rischia di cadere pesantemente anche sul Piano al Diritto allo Studio approntato dai comuni per le scuole del loro territorio.

· Ancora, un dato specifico della nostra provincia, è la notevole presenza di alunni stranieri, di prima e seconda generazione ( 17,6% complessivi, ma in alcune scuole arrivano al 40%). Essi sono una grande risorsa della nostra società e della nostra scuola: spesso evidenziano motivazione allo studio e risultati d'apprendimento di rilievo e arricchiscono il dialogo interculturale. In alcuni casi richiedono però investimento di risorse per l'alfabetizzazione al fine di un loro efficace inserimento nel percorso scolastico educativo. Nel caso di indigenza spesso faticano anche ad accedere alle risorse della Dote Scuola Regionale, che , d'altro canto evidenzia grande disparità di sussidio fra studenti della scuola pubblica e studenti di scuola privata.
A questa situazione si aggiungono le criticità generali della scuola italiana che vede in generale trascurata e attualmente anche umiliata la figura del docente, spesso demotivato dalla precarietà e dall'instabilità, oltre che dalla scarsità di aggiornamento e formazione.

Questa è la situazione con cui il progetto provinciale dovrà confrontarsi.

Sarà fondamentale, al di là delle sue specifiche competenze, e delle sue specifiche azioni in proposito, IL RUOLO DI REGIA E COORDINAMENTO DELL'ENTE PROVINCIALE, in ordine alla realizzazione di sinergie, accordi di rete, promozione di azioni, coordinamento e armonizzazione degli interventi su scuola ed educazione. Sarà suo obbiettivo dare concretezza e piena realizzazione al principio di SUSSIDIARIETA', secondo quello che è il dettato del titolo V della Costituzione Italiana.

LA NOSTRA PROPOSTA
Pur con la considerazione delle criticità individuate, è necessario premettere che le scuole mantovane funzionano: l’offerta formativa è di buona qualità. i risultati d’apprendimento sono complessivamente al di sopra della media nazionale, la dotazione strutturale è soddisfacente.

Pertanto deve essere ribadita in primis, la necessità del mantenimento , della valorizzazione e del potenziamento della condizione di qualità scolastica del territorio provinciale, espressa dalle singole scuole, dagli enti locali e dalla provincia il cui apporto è stato determinante.

Fondamentale è quindi la continuità progettuale con il quinquennio precedente.

L'azione progettuale infatti si è qualificata per efficacia ed efficienza degli interventi, improntati alla promozione di modelli sistemici di pianificazione.

Molto significativa è stata la dotazione strutturale delle scuole superiori messa in campo dall’amministrazione provinciale nell’ambito della città e del territorio provinciale. Importanti investimenti strutturali sono stati realizzati presso tutti gli istituti superiori del mantovano. L'investimento complessivo è stato di 44 milioni di euro sugli interventi straordinari e 14 milioni sulla manutenzione ordinaria.

· Sarà compito della progettualità a venire l'eventuale individuazione di nuovi bisogni in relazione al mutamento dei flussi della popolazione scolastica e quindi la previsione di un ulteriore piano di investimenti, che dovranno essere calibrati su priorità attentamente considerate.

· Continuerà la difesa dei piccoli plessi sul territorio provinciale, considerati presidio di comunità

La qualità dell’offerta formativa dei singoli istituti, infatti, è stata significativamente arricchita dalla relazione cospicua e privilegiata con l’offerta culturale provinciale: sistema bibliotecario, sistema museale, sistema archivistico e attività teatrale (teatro ragazzi, progetto MTT per le scuole) hanno costituito un’opportunità fondamentale per le scuole di dare concreto significato ad autonomia scolastica fatta anche e soprattutto di una stretta connessione fra scuola e territorio. L’amministrazione provinciale ha in questo senso svolto un’azione di grandissima innovatività per l’offerta scolastica, da continuare assolutamente e potenziare. La relazione fra scuole e istituzioni culturali della rete provinciale hanno collocato le scuole nel contesto vivo delle comunità, realizzando quell’idea della scuola come presidio educativo che è centrale del progetto del Partito democratico.

Importanti sono state non solo le azioni e i contenuti promossi, ma anche il metodo di lavoro approntato, basato sulla progettualità sistemica e di rete.

· E' necessaria la continuità e la valorizzazione dell'offerta dei servizi culturali in sistema anche in considerazione della difficoltà progressiva dei comuni nel sostegno all'arricchimento dell'offerta formativa nelle singole scuole

Lo sport, appare altro tema importantissimo del progetto educativo provinciale. L'ente ha compreso l'importanza di tale aspetto nel complesso delle politiche giovanili, come veicolo fondamentale di educazione alla salute, di integrazione, di socializzazione , di prevenzione del disagio e promozione della persona. Il progetto GIOCOSPORT è stato un progetto di eccellenza in tale ambito: il coinvolgimento dei 70 comuni della provincia in un'azione efficace e coerente ne è stato l'esito significativo.

· E' necessaria la continuità e la valorizzazione di tale progettualità sullo sport, anche al fine di attrarre sovvenzioni e finanziamenti che spesso premiano i progetti di rete.

Accanto a questa progettualità sistemica, molteplice e continua è stata l’attenzione alla relazione dell’ente provinciale con le scuole in tanti ambiti molto significativi: ecosostenibilità, intercultura ( esempio di eccellenza è il Centro Interculturale Provinciale), sicurezza, educazione alla cittadinanza, educazione alla salute e molto altro.

· E' necessaria anche la continuità nel sostegno a iniziative di educazione alla ecosostenibilità, alla intercultura, all'educazione alla cittadinanza, alla sicurezza e alla salute.
In coerenza con un'idea di scuola come Long life learning, educazione permanente

· la Provincia sosterrà l'azione di educazione degli adulti sia svolta in situazioni formali che informali, volta alla promozione personale, professionale e civica delle persone.
Soddisfacenti i servizi d’accesso al sapere quali il trasporto pubblico, che solo nell’anno corrente ha evidenziato qualche criticità in relazione ad un ’attuazione della normativa nazionale (nuovi orari legge Gelmini), forse non sufficientemente dominata e organizzata , unita all’ incremento e alla variazione della domanda.

· Il progetto provinciale per il prossimo quinquennio dovrebbe prevedere senz’altro il mantenimento degli standard precedenti ed un’eventuale rimessa a punto del piano provinciale dei trasporti in relazione a nuovi bisogni socio-economici e alla possibilità di nuove direttrici di flusso. In ogni caso, quale servizio essenziale, meriterà una particolare attenzione nel preoccupante contesto del taglio di risorse agli enti locali della finanziaria

.Anche il Piano scolastico provinciale, dovrà essere pensato in relazione ad un'attenta analisi dei territori: vocazione produttiva, opportunità presenti e criticità, tradizione scolastica. E' opportuno che la Provincia sostenga iniziative di orientamento atte ad informare e guidare le scelte di studenti e famiglie in ordine alle opportunità offerte dai territori.
Università

· Continuità nel sostegno della Provincia alla Fondazione Università di Mantova, opportunità significativa di completamento della propria formazione per i giovani e le famiglie del territorio mantovano, nonché opportunità di crescita per le realtà economiche e produttive della provincia. Importante il sostegno ad azioni di continuità didattica fra scuole superiori e università.

 
Importante anche il sostegno alla formazione professionale, ad un efficace raccordo delle istituzioni scolastiche col mondo economico e con le associazioni di categoria, e a progetti di alternanza scuola-lavoro

 
Questi riteniamo siano punti di forza, caratterizzanti anche la precedente azione amministrativa che si avrà cura di valorizzare e comunicare dando, ripetiamo, una particolare pregnanza alle parole continuita‘ e potenziamento della qualita’ del progetto provinciale sulla scuola.

VALORIZZARE E POTENZIARE L’ECCELLENZA DELLE NOSTRE SCUOLE

ogliamo mettere in campo allo stesso tempo una nuova azione progettuale che possa ulteriormente dimostrare la centralità dell’attenzione alla scuola nella proposta del Partito Democratico per le provinciali.

Partendo dalla considerazione che le nuove tecnologie hanno profondamente mutato non solo il modo di comunicare, ma anche e soprattutto il modo di pensare e di apprendere dei giovani, riteniamo che la nostra scuola non possa non dare un’attenzione speciale a tale aspetto e al rinnovamento della didattica in esso implicito.

- una efficace infrastrutturazione informatica delle scuole che possa fare fronte a tali nuove esigenze didattiche

- sostenere e promuovere, in accordo con l'ufficio scolastico provinciale e con la direzione scolastica regionale, iniziative di formazione dei docenti. L’implementazione della formazione dei docenti è finalizzata ad un aggiornamento della didattica che dia maggiore efficacia e qualità all’azione educativa. Riteniamo che la figura del docente meriti l’attenzione e l’investimento di risorse e dignità che compete alla sua insostituibile funzione.

- Promuovere la progettualità sistemica del Piano di Diritto allo Studio dei singoli comuni tale da metterli in relazione nell’impegno profuso nel sostenere l’offerta scolastica degli istituti sul loro territorio e l'accesso al sapere di tutti i giovani ( trasporto, mense, assistenza ad personam, arricchimento dell'offerta forrmativa). La rete può essere funzionale a stabilire economie di scala e all’organicità e coerenza delle azioni. Sarebbe auspicale quindi che la provincia potesse in qualche modo assumere un ruolo di regia nell’ambito di tale pianificazione, dando ulteriore impulso ad una progettualità già esperita in altri ambiti.

- Sostegno e promozione del pieno coinvolgimento delle istituzioni scolastiche nell'attuazione di politiche giovanili che diano spazi ai giovani e impulso ad attività espressive e creative (arte e musica)

Il lavoro dei Gruppi
INNOVAZIONE DEL LAVORO E DELL'IMPRESA


Il PD è il Partito del Lavoro, fondato sul lavoro. Per il PD, il nesso tra diritti di cittadinanza e diritti sociali e del lavoro è indissolubile. Il lavoro è fonte di identità della persona umana e, al tempo stesso, come indicato all’art. 1 della nostra Costituzione, fonte di cittadinanza democratica. Il PD intende rappresentare il lavoro in tutte le sue forme, dal lavoro stabile a tempo indeterminato, al lavoro precario e parasubordinato, dal lavoro di artigiani, commercianti e professionisti al lavoro degli imprenditori. E’ il lavoro che fa la crescita dell’economia nel suo complesso ed è elemento fondante di coesione sociale.

IL CONTESTO NAZIONALE

La crisi economica nel nostro Paese è stata dura. Non l’abbiamo alle spalle ma ancora davanti a noi.

La dimensione e la profondità della crisi è senza precedenti. Ha inciso pesantemente sul nostro sistema produttivo. Le imprese hanno avuto una forte diminuzione degli ordinativi e del fatturato. L’effetto sull’occupazione è stato durissimo.

La crisi è profonda, pervasiva e duratura. Non è rimasta in superficie, ha investito tuttI i comparti, non è stato un fatto temporaneo poi superato.

Ha coinvolto tutti i paesi industriali dell’occidente mentre altri paesi segnavano percentuali di crescita moto alti. Ha legato, senza soluzione di continuità, crisi finanziaria – crisi economica e industriale – crisi occupazionale e sociale.

L’utilizzo degli impianti è stato bassissimo dando luogo a una sovra capacità produttiva enorme. La perdita dei posti di lavoro è stata enorme nonostante l’utilizzo, a livelli mai visti, della cassa integrazione nelle sue forme , per una parte di lavoratori dipendenti.

Siamo a due anni dall’inizio della sua esplosione, il ritmo della ripresa è bassissimo e incerto. Ancora lontano è il traguardo di una crescita che ci porti ai livelli economici precedenti la crisi. ll perdurare di questa situazione porta a una forte riorganizzazione – ristrutturazione – selezione nell’apparato industriale e dei servizi. Con queste premesse sarà trovato un punto di equilibrio a livello più basso. Fenomeni di delocalizzazione e deindustrializzazione possono ripresentarsi. Gli imprenditori rimandano buona parte dei nuovi investimenti in innovazione, formazione e ricerca.

Eppure nelle economie Occidentali le imprese sono in grado di competere sul mercato se innovano, cioè se producono beni e servizi qualitativamente migliori di quelli già esistenti, non potendo ridurre i prezzi – e quindi i salari – al di sotto dei livelli bassissimi dei grandi competitors extra-europei, come Cina e India.

Le piccole imprese sono state colpite in modo particolarmente forte facendo emergere la loro fragilità data dalla piccolissima dimensione – la scarsa patrimonializzazione – il difficile accesso al credito – la dipendenza dal mercato interno e scarsa internazionalizzazione – la difficoltà a reagire all’interruzione del circuito produttivo finanziario (pochi ordinativi, credito difficile, insoluti o tempi di pagamento lunghissimi), - l’essere ai confini dei processi innovativi e della ricerca.

Il Governo è stato e rimane il grande assente. Piccoli, medi, grandi imprenditori sono senza un sistema Paese che li sorregga e li accompagni nella più grande trasformazione che si sta realizzando nell’economia globale: il Fondo per le PMI taglia fuori chi fattura meno di 10 milioni di euro all’anno.

Sono stati tagliati 2,6 miliardi ai fondi del Ministero dello Sviluppo economico stanziati dal ministro Bersani. Sono stati tolti il credito di imposta; ridotti gli incentivi all’innovazione e all’internazionalizzazione. Sono stati distolti 3 miliardi per le bonifiche dei siti inquinati e la riconversione industriale e quasi tutti i fondi per il Sud.

I tagli dei trasferimenti alle regioni colpiscono i piccoli. Le grandi opere pubbliche sono bloccate mentre quelle tante possibili previste dagli enti locali sono impedite dal cosiddetto Patto di Stabilità. Le proiezioni OCSE mostrano che nel 2010 e nel 2011 l’Italia crescerà meno della media degli altri Paesi OCSE, meno della media dell’Area Euro, meno degli USA.

Confindustria denuncia, con giusta attenzione, che l’Italia non ha affrontato meglio degli altri Paesi la crisi economica, lasciando sul campo ben sei punti di P.I.L., e che ora la crescita è modesta e lenta. Il recupero italiano del secondo trimestre 2010 sul PIL è stato del +1,3%, quando Germania, Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Giappone riprendono con percentuali ben superiori.

IL CONTESTO REGIONALE

La Regione Lombardia nei lavori di predisposizione del Bilancio regionale ha fatto già emergere alcune ipotesi molto concrete di tagli. In particolare: Meno 61% delle risorse per l’ambiente, -53% per l’industria, -40% per istruzione e lavoro, -53% per la protezione civile, - 314 milioni per il trasposto pubblico locale.

IL CONTESTO PROVINCIALE

Al 30 giugno si contavano 39.540 imprese attive la cui composizione era la seguente: servizi 46%, agricoltura 23%, costruzioni 18% e industria in senso stretto 13%. La dimensione media delle imprese mantovane è costituita per il 94% da piccolissime aziende (fino a 9 addetti).

Il P.I.L. Provinciale è prodotto per il 55,7% dai servizi, per il 4,7% dall’agricoltura, per il 34% dall’industria e per il 5,6% dalle costruzioni. I punti di forza dell’economia mantovana sono sostanzialmente due: la coesistenza di svariate specializzazioni produttive (tessile, abbigliamento, distretto della calza a Castel Goffredo, distretto del legno a Viadana, agroalimentare, chimica) e la capacità esortativa con prevalenza verso i mercati europei (saldo commerciale 2009 positivo per 778 milioni di euro).

Nel 2009 il tasso di disoccupazione è cresciuto di 0,7% attestandosi attorno ad un 4,8%. Nei primi nove mesi del 2010 sono andati persi 1832 posti di lavoro con un incremento del 15,9 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
LE RISORSE FINANZIARIE IN PROVINCIA DI MANTOVA

Si sono rilevati i dati delle sofferenze bancarie, del credito concesso e dei depositi bancari. Il periodo rilevato è 31/12/2007 – 30/06/2010 riguardante famiglie ed imprese (fonte: Banca d’Italia).

Nell’ambito della domanda di denaro alle Banche, di particolare rilevanza sono le sofferenze, ovvero i prestiti a suo tempo concessi dalle Banche e poi divenuti inesigibili, a causa dell’insolvenza di famiglie ed imprese. Esse al 30/6 si assestano attorno a 600 milioni rispetto ai 200 milioni di dicembre 2007.

Osserviamo che, nonostante le sofferenze, l’erogazione del credito ha avuto una progressione pressoché costante. Si è passati da 13 miliardi del 12/2007 a 15 miliardi del 6/2010. Nel complessivo erogato da parte delle banche, si nota che l’utilizzo di finanziamenti da parte delle famiglie, soprattutto nell’ultimo periodo, è aumentata rispetto alle imprese.

Osservando le imprese, il credito è utilizzato per maggior parte da imprese dimensionalmente strutturate (almeno 20 addetti). Il 77% è concesso a queste ultime ed il restante 23% alla piccola impresa.

Scorrendo l’andamento dei tassi passivi per la clientela, si rileva un crollo del costo del denaro applicato ai prestiti di famiglie ed imprese. Questo dato dimostra che oggi è molto più conveniente accendere finanziamenti. Il tasso medio applicato al 1/3/2010 è del 2,68 contro il 5,9 del 1/3/2010.

Si registra poi che i depositi bancari di famiglie ed imprese restano consistenti e sono in crescita, nonostante la modestia dei tassi di rendimento. Si passa da 5,503 miliardi del 31/12/07 a 5,845 miliardi del 30/6/2010.

In sintesi: l’indebitamento, conveniente ai tassi attuali, cresce (in misura maggiore per le famiglie rispetto alle imprese). I tre quarti dei prestiti sono concessi alle imprese con almeno 20 addetti, che producono circa il 40% del PIL provinciale. Occorre ricordare che il 94% delle aziende mantovane occupa sino a 9 addetti. La crescita delle sofferenze evidenzia la criticità del momento congiunturale. La consistenza e l’aumento dei depositi bancari, soprattutto data l’esiguità dei rendimenti, dimostrano una scarsa propensione al rischio ed all’investimento da parte di famiglie ed imprese. Questo ultimo dato ci dimostra che le risorse per ripartire ci sono; ancora di più deve essere fatto per accompagnare la ripresa.

Dal lato occupazionale la situazione provinciale non è rosea. Aumenta il numero dei lavoratori licenziati e/o collocati in mobilità. Cresce la cassa integrazione nel suo complesso mentre esplode la cassa integrazione in deroga. Si sono moltiplicate le crisi aziendali e parte di queste hanno manifestato caratteri strutturali e irreversibili. Il problema occupazionale non è certo alle nostre spalle ma davanti a noi. Con una ripresa incerta e debole si intravede, nel migliore dei casi, una crescita senza occupazione.

Le persone che cercano un lavoro nel mantovano sono 6.700. Un giovane si cinque, tra i 15 e i 24 anni è disoccupato. Nel 2009 i licenziati sono stati 2000 e nel 2010 ci stiamo, purtroppo, avvicinando ancora a questo numero. La bufera occupazionale investe i giovani, le donne e gli immigrati. Centinaia e centinaia di lavoratori non hanno protezione economica, sociale e contrattuale.

Assieme a questi lavoratori dipendenti dobbiamo guardare anche ai titolari di imprese artigiane, commerciali, agricole e dei servizi che hanno chiuso l’attività o che sono prossimi a farlo perché la crisi è troppo lunga e il fiato non è sufficiente visto che sono lasciati soli e il governo li ha abbandonati. Ciò vale anche per i tanti professionisti che risentono di questa crisi.

I salari dei lavoratori a tempo indeterminato si sono impoveriti e se incorrono nella CIG per un lungo periodo sono drasticamente ridotti. I salari dei giovani con contratti a tempo o atipici sono più bassi e non hanno protezioni sociali e garanzie future. Il lavoro insicuro, atipico e a termine è ormai una forma estesa e preoccupante nella nostra provincia.

Gli investimenti in formazione continua, istruzione e ricerca stentano ad avanzare. In Provincia di Mantova la maggior parte delle piccole imprese ha esigenze formative non standardizzate e, quindi, di difficile reperimento.

La famiglia fa fatica a far fronte, come invece riusciva nel passato, ai problemi derivanti dal mancato reddito, dal restringimento e del costo dei servizi, dal livello delle spese incomprimibili, dai bisogni e dalle aspirazioni dei figli.

Si stanno delineando i tratti di una emergenza sociale. La conoscono i nostri enti locali molti dei quali si sono mossi velocemente e bene mettendo le loro scarse risorse a disposizione dei più poveri. Il numero delle famiglie che partecipano ai bandi comunali per un sostegno al reddito, alle spese scolastiche, all’affitto, alle utenze di elettricità e gas sono ormai moltissime e non tutte possono essere aiutate.

L’azione del volontariato e della Caritas in particolare fanno emergere drammi sconosciuti in tutti i ceti sociali. Il Presidente Napolitano ha lanciato l’allarme sul rischio di rottura della coesione sociale.

Il risparmio è la prima risposta, in generale, alla crisi che porta insicurezza. Si riducono e selezionano i consumi, si rimandano spese, si rimandano gli investimenti in molte imprese. Nello stesso tempo ci sono situazioni in cui il risparmio viene eroso o non è sufficiente ad onorare impegni quali i mutui. In ogni caso sono risorse tenute bloccate dalla incertezza del futuro.

Senza interventi di politica industriale, sulle piccole e medie aziende, sulle famiglie, sull’occupazione può delinearsi un quadro di un sistema paese che vede: - una base produttiva più piccola, con aziende piccolissime ancora più fragili, con un circuito finanziario non fluido, lontane dal nuovo ciclo tecnologico mondiale – un mondo del lavoro frantumato e diseguale, più povero di conoscenze e di reddito, instabile e sempre meno protetto - impedito nel progettare il futuro – un contesto sociale più fragile, con legami sociali più deboli, con una coesione sociale in pericolo. Un sistema instabile.

Il Governo è stato assente sulla politica a sostegno dell’economia, Sono mancate misure anticicliche, interventi tempestivi e destinazione di risorse straordinarie. L’ultima manovra economica ha prodotto una azione depressiva a differenza degli altri paesi europei.

Il Governo si è caratterizzato invece per un’azione continua di frantumazione di tutto ciò che, paradossalmente, in sinergia, produrrebbe un aumento della ricchezze e dell’economia più in generale.

A livello nazionale il PD ha già formulato e presentato precise proposte sulla riforma fiscale che premi lavoratori dipendenti e pensionati, parasubordinati, autonomi, piccole imprese e famiglie; sul rilancio delle piccole e medie imprese (reti di imprese – innovazione – internazionalizzazione – confidi – tempi di pagamento credito); lavoro e welfare (“diritto unico” del lavoro – salario o compenso minimo – indennità di disoccupazione – politiche attive del lavoro – integrazione pubblica delle pensioni future delle giovani generazioni); energia – fonti rinnovabili – green economy; università – ricerca – scuola; programma “Industria 2015” in coerenza con “Europa 2020”; allentare il patto di stabilità interno per la spesa in conto capitale, proposte di qualità filiera agroalimentare.

E’ emerso che:

- IL PAESE E’MEGLIO DI QUEL CHE GLI SUCCEDE

- CI SONO TUTTE LE CONDIZIONI PER DARSI INSIEME L’OBIETTIVO DELLA CRESCITA CON OCCUPAZIONE

- SERVE UN PATTO SOCIALE PER LA CRESCITA, LA COMPETITIVITA’ E IL LAVORO IN CUI TUTTI CONCORRANO A UN ROBUSTO SISTEMA PAESE
A LIVELLO PROVINCIALE 

La crisi ha scosso il nostro apparato industriale ed economico ma le fondamenta rimangono solide. Il tessuto produttivo mantovano vanta la presenza di imprese che producono beni e servizi ad alto valore aggiunto e ad alto contenuto tecnologico.

Rilevanti sono le aree produttive della nostra provincia in cui sono radicati distretti industriali (calza – meccanica agricola - legno – abbigliamento, floro vivaismo), comparti importanti (chimico – agricolo e agroalimentare – veicolo industriale- meccanica – costruzioni, moda).

Molti sono i casi in cui reti di imprese legano grande impresa-piccola impresa-servizi. Sono presenti, anche se in modo insufficiente, luoghi di formazione tecnica, agenzie di servizi alle imprese (calza, floro vivaismo). I poli scolastici e le università (mantovana e di città vicine) hanno un’esperienza ben rodata.

Il sistema del credito è ben presente in tutto il territorio. La propensione al risparmio di famiglie ed imprese rimane molto elevata.

ALCUNE PROPOSTE

- Rafforzare il sistema economico policentrico della nostra Provincia. In questo ambito nell’area mantovana il Comune capoluogo ed i Comuni vicini, superando i confini amministrativi, devono operare insieme per una strategia di pianificazione territoriale e per attirare nuovi investimenti produttivi e nel contempo sviluppare e promuovere le specificità territoriali (made in Italy/ made in Mantova).

- Il settore agroalimentare rappresentava negli anni ’90 il 9% del PIL provinciale. Oggi si attesta attorno al 4,7%. Il dato è in forte calo, anche se rimane superiore alla media regionale e nazionale. In Provincia vi sono circa 1.200.000 suini distribuiti in numerosi allevamenti. La direttiva CEE676/91 (Direttiva Nitrati) impone regole chiare circa lo spandimento dei liquami o reflui. Pensiamo sia possibile rilanciare il PIL del settore anche utilizzando i reflui per la produzione di energia da biogas veicolando e attraendo investimenti, per creare e distribuire ricchezza sul territorio. Data la specificata del settore, l’agroalimentare sarà oggetto di approfondimenti dedicati appositamente.

- Continuare nello sviluppo delle infrastrutture immateriali e materiali, proseguendo nell’azione intrapresa dall’Amministrazione Provinciale, per creare quelle condizioni necessarie ad attrarre nuovi investimenti sul territorio da parte di imprese, tenuto conto che le nuove tecnologie sono fondamentali per lo sviluppo economico.

- Portare a compimento un programma di bonifica e sviluppo industriale del polo chimico di Mantova. Riteniamo matura una riflessione da parte delle amministrazioni interessate al fine di completare l’evoluzione del polo intermodale di Mantova - Valdaro. Esso potrebbe ospitare insediamenti di aziende di settori merceologici ad alto contenuto tecnologico, con particolari legami al sistema logistico ed alla green economy.

- Università ed istruzione tecnica superiore devono accompagnare l’evoluzione e la competitività delle imprese e la qualificazione dei lavoratori.

- Promuovere il sistema moda mantovano attraverso la creazione di un marchio che avrebbe molte possibilità viste le presenze ( Lubiam, Corneliani, golden lady etc..) e che potrebbe trovare importanti collegamenti e sinergie anche con l’università o creando una scuola tecnica per il settore moda (design ad esempio, marketing etc… ).

- Rafforzare il lavoro dei distretti e delle reti di imprese in un confronto serrato con la Regione Lombardia sui temi dello sviluppo economico con particolare attenzione a Bandi riferiti a promozione dell’innovazione, internazionalizzazione, interventi per favorire integrazione nel settore artigianato e micro impresa. In ogni caso sarà necessario favorire la realizzazione di reti di imprese al di là dell’impegno della Regione.

- Operare per rafforzare l’esperienza dei distretti culturali nell’ambito delle politiche culturali e del turismo.

- Creare un forte coordinamento delle politiche attive del lavoro e della formazione nell’ambito di un’azione di orientamento formativa consapevoli del fatto che la formazione è un punto caratterizzante per la nostra Provincia.

- Costruire un percorso affinchè la Regione Lombardia mantenga i suoi impegni a sostegno dei Fondi rischi dei consorzi Confidi e alla loro patrimonializzazione. Sollecitare la Regione affinchè si definiscano specifiche forme di accompagnamento dei progetti locali e iniziative territoriali attinenti ad Expo 2015 attraverso la costituzione di un Fondo Economico.

- Proseguire gli interventi, insieme alle regioni e alle provincie interessate, relativi al fiume PO: sia rispetto al sistema idrovia rio padano veneto sia al progetto “Valle del PO”, con un’azione istituzionale comune affinchè il Governo ripristini, nella prossima Finanziaria, le risorse già stanziate dal Governo Prodi e tagliate dall’ultima manovra economica. Esprimiamo, in questo ambito, la nostra netta contrarietà sulla ipotesi di bacinizzazione del PO.

- Estendere in tutta la provincia le “Intese per l’integrazione delle politiche territoriali e delle azioni di contrasto agli effetti della crisi economica sull’occupazione e sul sistema produttivo”, già sottoscritte dalla Provincia, dalla Camera di Commercio, da tutte le associazioni delle imprese, dei sindacati, dagli enti formatori accreditati ai servizi alla formazione e al lavoro, dai sindaci dei distretti di Suzzara, Ostiglia, Castiglione delle Stiviere, Viadana.

- Potenziare la Agenzia Provinciale AGIRE per assistere famiglie ed imprese nella valutazione dell’adozione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Risparmio energetico e energia pulita prodotta da fonti rinnovabili sono un punto fermo per il Partito Democratico, che ribadisce la propria contrarietà all’energia nucleare.

- Creare un’agenzia Provinciale in grado di fare informazione finanziaria alle famiglie, in rete con i Comuni. Alla luce dell'incremento del debito provinciale e dell'esplosione delle sofferenze bancarie (debiti non rimborsati) delle famiglie c’è più che mai bisogno di dare un sostegno informativo (anche con il coinvolgimento delle associazioni di consumatori ad esempio) per dare maggiore informazione e consigli su come razionalizzare o ristrutturare le varie posizioni debitorie. Il rischio è di arrivare al “fallimento personale. Inoltre la provincia deve essere il luogo di conoscenza diffusa degli strumenti che già esistono per dare sostegno ( ci sono già fondi dedicati per i giovani, per i nuovi nati, per le famiglie in difficoltà tramite caritas) alle categorie più deboli del momento.

- Dare sostegno e rafforzare il Terzo Settore per sviluppare l’economia sociale.